Tre passi avanti
uno indietro per umiltà
ognuno ha i suoi santi
le sue bandiere di libertà
io seguo Che Guevara
mi fido dell'aria e del colore
Tre passi avanti
uno indietro che male non fa.
Amo la piazza amo la sua densità
di ogni razza, di cultura, di società.
Mi piace mescolanza, fratellanza in quantità, ì
il lato nascosto dell'America
Io seguo Che Guevara
Tre passi avanti
uno indietro per umiltà
le mani sui fianchi
in processione con l'umanità
al passo di danza
oltre i limiti della realtà
gridando "terra!"
ad ogni gesto di carità.
Odio la guerra senza anestesia,
un'operazione di democratica ipocrisia
ognuno ha la sua definizione di libertà:
il lato violento dell'America
Io seguo Che Guevara
Libero nell'aria
Bandabardò
Me l'ha insegnata Tool questa cosa.Andare a Quinnipak,dormire a Quinnipak,fuggire a Quinnipak.É una specie di gioco. Serve quando hai lo schifo addosso,che proprio non c'è verso di togliertelo.Allora ti rannicchi da qualche parte,chiudi gli occhi,e inizi ad inventarti delle storie.Quel che ti viene.Ma lo devi fare bene.Con tutti i particolari.E quello che la gente dice,e i colori,e i suoni.Tutto.E lo schifo a poco a poco se ne va.Poi torna,è ovvio,ma intanto per un po' l'hai fregato.
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giovedì 10 marzo 2011
martedì 7 settembre 2010
Partire...tornare...
Sono partita per il viaggio che sognavo da anni, Cuba, la Cuba di Hemingway e di Che Guevara, L'Avana e la Finca Vigia, Cojimar e Santa Clara, Trinidad e la Baia dei Porci...un viaggio che è stato un tornare nei posti tanto a lungo conosciuti attraverso i libri e che, a vederli dal vero, sembrano così familiari...un sogno che si avvera...un giorno intero passato a rendermi conto che non stavo sognando ma che ero davvero lì...e al contempo, dopo qualche giorno, la consapevolezza che il viaggio sta per finire e che si sta per ritornare a casa...e nel cuore, accanto alla meraviglia suscitata da quei posti tanto a lungo sognati, una gran voglia di tornare a "casa"...la sensazione di sentire che è bello ed emozionante partire, allontanarsi, ma è altrettanto bello ed emozionante tornare...che l'avventura vera comincia ogni volta che si torna a casa...
giovedì 15 luglio 2010
Hemingway. Uno straniero a Cuba
La Cuba di Hemingway è ancora una buona esca per turisti. Subito fuori L’Avana, a San Francisco de Paula e a Cojimar, ci sono la sua casa e il suo porto, subito dentro, nel cuore della città vecchia, il suo albergo e i suoi bar. Nel quartiere di Miramar, ogni estate c’è la gara di pesca come da regolamento da lui stabilito. Busti in bronzo, targhe e fotografie contrassegnano i luoghi, un daiquiri, il Double Papa, porta il suo nome. In nessun altro Paese soggiornò così a lungo, un buon quarto di secolo. Eppure a nessun altro Paese restò in fondo così estraneo. Dietro la Cuba hemingwayana per turisti c’è l’equivoco cubano di Hemingway.
Cominciò che lo scrittore era già morto, Castro aveva da poco preso il potere, la Rivoluzione era ancora in marcia. Lui e El Comandante en Jefe avevano fatto a tempo a incontrarsi. Una foto li ritrae, un vecchio dalla barba tutta bianca, un giovane dalla barba tutta nera, il 15 maggio 1960: Fidel ha le mani ingombre di coppe, un sigaro fra le dita, Ernest un vistoso cerotto sul dorso della sinistra. Di lì a due mesi Hemingway se ne andrà sapendo che sarà per sempre. Adios Cuba: la situazione politica è pesante, le relazioni fra i barbudos e gli Stati Uniti tese. E in più c’è la salute che lo fa preoccupare, la scrittura che lo fa dannare. Non ci vede bene, ha problemi di pressione, di memoria, soffre di depressione e di manie persecutorie. Ogni mattina si mette al lavoro, ma ha perso la misura, il tocco, la capacità di scegliere le parole giuste. È verboso, retorico e noioso: lo sa, ma non sa più come uscirne. Se si guarda allo specchio quasi non si riconosce. Ancora un anno e si sparerà in bocca. Adios Hemingway.
Adios Hemingway è anche il titolo del romanzo di Leonardo Padura in cui per la prima volta un autore cubano racconta «l’equivoco» Hemingway e non la sua agiografia. C’è voluto il nuovo secolo perché ciò avvenisse. I quarant’anni e passa dalla morte si sono rivelati impietosi per l ’immagine pubblica e private dello scrittore: mitomane, millantatore, sadico, esibizionista, egoista, alcolizzatoMa non hanno risparmiato neppure la rivoluzione castrista e il Fidel Mentira barbuda, barba bugiarda: una satrapia e non una democrazia, il sogno egalitario che si rivela un incubo concentrazionario, repressione e non diritti civili. Così, se quello umanamente non è più un blasone di cui potere andare fieri, questa non è più un’insegna da sventolare con fierezza. E tanto vale, allora, che ciascuna vada per la sua strada.
Opera di finzione e non biografia o saggio critico, il libro di Padura mette in scena il ritrovamento, alla fine degli anni Novanta, nel giardino della Finca Vigìa - la casa di Hemingway trasformata in museo l’anno successivo alla sua morte - di ciò che resta di un cadavere assassinato negli anni Cinquanta, al suo fianco un’insegna dell’Fbi. Nelle indagini viene coinvolto un ex poliziotto, Mario Conde, che ha abbandonato la carriera per correre dietro ai suoi sogni di scrittore. E Conde accetta di indagare perché ciò gli permette di regolare i conti intellettuali con chi tanto lo influenzò ai tempi dell’apprendistato letterario, e quelli ideologici con l’icona celebrata a beneficio dei suoi connazionali e dei turisti e in spregio degli odiati yankee, l’Hemingway innamorato di Cuba e dei cubani, cittadino ad honorem e revolucionario in pectore...
Man mano che l’inchiesta procede, Conde trova la conferma di quello che in fondo ha sempre pensato, ma mai ammesso: l’unica cosa sincera del rapporto fra l’isola e lo scrittore è la testa in bronzo voluta e pagata dalla gente di Cojimar per onorarne la memoria, ovvero il saluto di pescatori e marinai a uno di loro. Il primo omaggio postumo che egli ricevette, eppure il meno citato e celebrato...
Tutto il resto è fuffa retorica, a partire dalla Marina destinata al jet-set per finire a quel museo in cui a bordo piscina sono stati persino messi i resti della sua barca, la Pilar. Fuffa retorica che copre la realtà di uno che non si è mai veramente mischiato alla vita dei cubani, non è mai entrato in una casa, partecipato a un ricevimento, frequentato un intellettuale, avuto un’avventura sentimentale, espresso una critica politica o sociale. Uno straniero, insomma.
Padura appartiene a quella frangia di scrittori cubani che da Cuba non se ne sono andati e nei suoi romanzi c’è la vita quotidiana di una nazione troppo impegnata a sopravvivere per avere certezze o nutrire illusioni. Adios Hemingway arriva vent’anni dopo l’interessante e patetico Hemingway a Cuba di Norberto Fuentes. Interessante perché pieno di annotazioni, testimonianze, aneddoti, ricostruzioni. Patetico perché quando il volume uscì Fuentes era ancora un intellettuale organico al regime (se ne sarebbe distaccato, in maniera soft, un decennio dopo), quest’ultimo aveva ancora un suo appeal, l’immagine dello scrittore ancora reggeva e la tesi sostenuta era appunto quella di un Hemingway se non vicino certo non ostile a Castro e alla rivoluzione cubana.
Tesi ardua, non foss’altro perché il governo di Batista era stato quello con cui Hemingway aveva tranquillamente convissuto (gli concesse persino un’onorificenza, e lui accettò), che lo stesso Batista nel 1940 era stato eletto con l’appoggio del Partito comunista, che negli anni Quaranta e Cinquanta la corruzione non impediva la prosperità. Come dirà Guillermo Cabrera Infante: «Cacciammo Batista perché era un criminale e truccava le elezioni. Non per cambiare dittatore». La storia cubana, insomma, è più complessa e il periodo batistiano più sfaccettato della ricostruzione agiografica castrista di Fuentes. Se non lo si capisce, la domanda principale del libro: «Perché Hemingway scelse Cuba al punto di risiedervi così a lungo?» rimane senza risposta. Come infatti accade.
In realtà, l’unica risposta vera è quella del semplice monumento di Cojimar, ovvero emozionale e individuale, il vitalismo non gravato né guastato da complicazioni intellettuali o da preoccupazioni sociali, teso al proprio benessere e alla propria scrittura. all’Hotel Ambos Mundos prima, alla Vigìa (La Vedetta) poi, Hemingway trovò la cornice ideale per dare sfogo a una visione del mondo asociale che irradiava da se stesso e in se stesso si esauriva. Cuba gli permetteva di far finta che l’unico governo di cui dovesse tener conto fosse il proprio, il che, per uno che aveva scritto di «detestare qualsiasi maledetto governo, nessuno escluso», era il massimo. Come primo cittadino stabiliva le regole e le affiliazioni, i divertimenti e le prerogative. C’era l’Ordine Reale dei Mangiatori di Gamberetti («i suoi membri mangiano la testa e la coda»), la liturgia dei daiquiri (il record era 16 in una serata), l’iniziazione alla pesca del marlin, le gare di tiro al piccione, le feste in casa con annessa ubriacatura, le esibizioni come improvvisato domatore di leoni...
Tutto era propedeutico e/o autocompensativo per la scrittura, il fine ultimo. Cuba, la gente di Cuba, i colori di Cuba, il mare di Cuba non furono altro, insomma, che fondali per la sua vita che poi si rispecchiava nella sua opera. La Teraze di Cojimar, la Bodeguita e il Floridita, oggi nomi e luoghi da turismo guidato, rimangono la testimonianza di una passione estrema e di un gusto ingordo per la vita. Ma come icone di un percorso «rivoluzionario», o almeno «sociale», fanno ridere.
Nel romanzo di Padura c’è la ricostruzione di una nuotata nella piscina della Finca Vigìa, durante la quale Ava Gardner, amica e spesso ospite dello scrittore, si esibisce in tutta la sua provocante nudità. È una ricostruzione, se non vera, verosimile: nel 1957, al ricevimento dell’ambasciata britannica per il compleanno della regina Elisabetta, Ernest si era presentato con lei a braccetto. Nell’euforia dei brindisi, l’attrice era saltata su un tavolo, si era sfilata le mutandine e le aveva agitate davanti agli ospiti come fa un toreador con la cappa. Edward Scott, editore dell’Havana Post e fervente suddito di sua Maestà aveva considerato la scena disdicevole e protestato di conseguenza. «Ti spacco in due» aveva replicato Hemingway.
Il suo tramonto cubano fu inizialmente malinconico, poi disastroso. Ma c’era stata anche una lunga primavera, gonfia di certezze e di promesse, quella di un uomo in pieno vigore fisico e creativo, che sull’isola aveva comprato una casa, ormeggiato una barca, cambiato due mogli, scritto molti romanzi. «Io devo scrivere per essere felice, che mi paghino o no» aveva confessato una volta. «Ma è una malattia questa fin dalla nascita. Mi piace farlo. Il che è anche peggio. Perché trasforma la malattia in vizio. Poi voglio farlo ancora meglio di chiunque altro e diventa un’ossessione. Un’ossessione è una cosa terribile». Quando la terapia è anche la malattia, non c’è salvezza. Adios Hemingway.
di Stenio Solinas - 11/05/2007 (da "Il Giornale)
venerdì 11 giugno 2010
Qualsiasi cosa cerchi di scrivere* - di Italo Calvino
su Granma del 25/09/2007
Pensando a Che Guevara
Qualsiasi cosa io cerchi di scrivere per esprimere la mia ammirazione per Ernesto Che Guevara, per come visse e per come morì, mi pare fuori tono. Sento la sua risata che mi risponde, piena d'ironia e di commiserazione. Io sono qui, seduto nel mio studio, tra i miei libri, nella finta pace e finta prosperità dell'Europa, dedico un breve intervallo del mio lavoro a scrivere, senza alcun rischio, d'un uomo che ha voluto assumersi tutti i rischi, che non ha accettato la finzione d'una pace provvisoria, un uomo che chiedeva a sè e agli altri il massimo spirito di sacrificio, convinto che ogni risparmio di sacrifici oggi si pagherà domani con una somma di sacrifici ancor maggiori.
Guevara è per noi questo richiamo alla gravità assoluta di tutto ciò che riguarda la rivoluzione e l'avvenire del mondo, questa critica radicale a ogni gesto che serva soltanto a mettere a posto le nostre coscienze.
In questo senso egli resterà al centro delle nostre discussioni e dei nostri pensieri, così ieri da vivo come oggi da morto. E' una presenza che non chiede a noi né consensi superficiali né atti di omaggio formali; essi equivarrebbero a misconoscere, a minimizzare l'estremo rigore della sua lezione. La "linea del Che" esige molto dagli uomini; esige molto sia come metodo di lotta sia come prospettiva della società che deve nascere dalla lotta. Di fronte a tanta coerenza e coraggio nel portare alle ultime conseguenze un pensiero e una vita, mostriamoci innanzitutto modesti e sinceri, coscienti di quello che la "linea del Che" vuol dire -una trasformazione radicale non solo della società ma della "natura umana", a cominciare da noi stessi- e coscienti di che cosa ci separa dal metterla in pratica.
La discussione di Guevara con tutti quelli che lo avvicinarono, la lunga discussione che per la sua non lunga vita (discussione-azione, discussione senz'abbandonare mai il fucile), non sarà interrotta dalla morte, continuerà ad allagarsi. Anche per un interlocutore occasionale e sconosciuto (come potevo esser io, in un gruppo d'invitati, un pomeriggio del 1964, nel suo ufficio del Ministero dell'Industria) il suo incontro non poteva restare un episodio marginale. Le discussioni che contano sono quelle che continuano poi silenziosamente, nel pensiero. Nella mia mente la discussione col Che è continuata per tutti questi anni, e più il tempo passava più lui aveva ragione.
Anche adesso, morendo nel mettere in moto una lotta che non si fermerà, egli continua ad avere sempre ragione.
*ottobre 1967
Pensando a Che Guevara
Qualsiasi cosa io cerchi di scrivere per esprimere la mia ammirazione per Ernesto Che Guevara, per come visse e per come morì, mi pare fuori tono. Sento la sua risata che mi risponde, piena d'ironia e di commiserazione. Io sono qui, seduto nel mio studio, tra i miei libri, nella finta pace e finta prosperità dell'Europa, dedico un breve intervallo del mio lavoro a scrivere, senza alcun rischio, d'un uomo che ha voluto assumersi tutti i rischi, che non ha accettato la finzione d'una pace provvisoria, un uomo che chiedeva a sè e agli altri il massimo spirito di sacrificio, convinto che ogni risparmio di sacrifici oggi si pagherà domani con una somma di sacrifici ancor maggiori.
Guevara è per noi questo richiamo alla gravità assoluta di tutto ciò che riguarda la rivoluzione e l'avvenire del mondo, questa critica radicale a ogni gesto che serva soltanto a mettere a posto le nostre coscienze.
In questo senso egli resterà al centro delle nostre discussioni e dei nostri pensieri, così ieri da vivo come oggi da morto. E' una presenza che non chiede a noi né consensi superficiali né atti di omaggio formali; essi equivarrebbero a misconoscere, a minimizzare l'estremo rigore della sua lezione. La "linea del Che" esige molto dagli uomini; esige molto sia come metodo di lotta sia come prospettiva della società che deve nascere dalla lotta. Di fronte a tanta coerenza e coraggio nel portare alle ultime conseguenze un pensiero e una vita, mostriamoci innanzitutto modesti e sinceri, coscienti di quello che la "linea del Che" vuol dire -una trasformazione radicale non solo della società ma della "natura umana", a cominciare da noi stessi- e coscienti di che cosa ci separa dal metterla in pratica.
La discussione di Guevara con tutti quelli che lo avvicinarono, la lunga discussione che per la sua non lunga vita (discussione-azione, discussione senz'abbandonare mai il fucile), non sarà interrotta dalla morte, continuerà ad allagarsi. Anche per un interlocutore occasionale e sconosciuto (come potevo esser io, in un gruppo d'invitati, un pomeriggio del 1964, nel suo ufficio del Ministero dell'Industria) il suo incontro non poteva restare un episodio marginale. Le discussioni che contano sono quelle che continuano poi silenziosamente, nel pensiero. Nella mia mente la discussione col Che è continuata per tutti questi anni, e più il tempo passava più lui aveva ragione.
Anche adesso, morendo nel mettere in moto una lotta che non si fermerà, egli continua ad avere sempre ragione.
*ottobre 1967
giovedì 27 maggio 2010
Il ruolo degli intellettuali
21 Maggio 2010
Ermesto Morales – Reinaldo, a volte mi capita di pensare al ruolo degli intellettuali nella nostra società. Ascolto le canzoni di musicisti che potremmo definire di protesta, leggo la letteratura di alcuni scrittori che narrano la realtà quotidiana e mi faccio una domanda: In quale misura gli artisti, gli uomini di pensiero, hanno influenzato in maniera determinante la nostra realtà e fino a quale punto sono stati soltanto cronisti che descrivono cosa succede, senza mai andare oltre? Nel vostro caso, quale sarà il risultato concreto dei blog che scrivete e dello spazio che si fa chiamare blogosfera alternativa? Quale sarà la vera influenza sulla realtà di quel che state facendo? Reinaldo Escobar – Sto per fare un esempio che può sembrare esagerato, ma illustra molto bene ciò che credo. Bada bene, non si tratta di un esempio tra persone, ma tra situazioni. José Martí è l’Apostolo dell’indipendenza cubana. L’uomo che costruì nella sua mente la nazione che tutti - un giorno o l’altro - vorremmo avere. Tuttavia, mi sono sempre chiesto quanti uomini che cavalcavano con un machete in mano e parteciparono con lui alla guerra, abbiano letto un suo testo. José Martí scriveva sul periodico Patria e su La Nación di Buenos Aires, tra i tanti media con cui collaborava, ma questi giornali non si vendevano nelle edicole cubane. La sua opera è stata conosciuta soltanto dopo. Ma qualcuno potrebbe negare l’enorme influenza che ebbe Martí nel raggiungimento dell’indipendenza e nella guerra del 95? Quindi, il fatto che le persone non conoscano in modo chiaro il tuo lavoro non implica che quel che fai non influenzi la situazione. Faccio questo esempio perché sono convinto che oggi molte persone leggono i giornalisti indipendenti e i blogger alternativi, attingendo briciole di libertà. Di sicuro molte più persone di quante alla fine del 1800 leggessero i testi di Martí.
Poi ti dico che in certi casi si esalta eccessivamente il ruolo degli intellettuali nei cambiamenti sociali. Io penso che gli intellettuali sono una coscienza critica della società, che hanno un ruolo importantissimo, ma che non possono provocare il cambiamento definitivo. La società cambia perché deve farlo, perché esistono i problemi, le persone si stancano di vivere in un certo modo e prima o dopo arrivano le soluzioni. La responsabilità che hanno gli intellettuali è innegabile, ma questo non vuol dire che senza di loro non accadrebbero le cose. Che Guevara scrisse nel 1962 un testo di cui si parla molto, un saggio intitolato L’uomo e il Socialismo a Cuba. Quando parla degli intellettuali cubani, dice che erano macchiati da un peccato originale: non erano stati rivoluzionari. Un’accusa che non è del tutto falsa, perché in definitiva i redattori della rivista Origines, Alejo Carpentier, Guillén (che si trovava in esilio) e Alicia Alonso non fecero niente in maniera diretta né per la Rivoluzione né contro Batista. Ma facevano qualcosa di molto importante: nutrivano l’anima della nazione. Non avevano scritto parole incendiarie, né sparato un colpo sulla Sierra Maestra, ma erano ugualmente importanti, perché una nazione con un’anima ben nutrita non sopporta una dittatura... Per molto tempo ho visto in questa accusa di Che Guevara un valido argomento, ma oggi quando tento di stabilire un’analogia tra questa dittatura che abbiamo e la precedente nella quale gli intellettuali non parteciparono alla lotta, la prima cosa che mi dico è: Reinaldo, tu non devi pensare come Che Guevara. Non sarò certo io a dire che gli intellettuali si stanno macchiando del peccato originale di sempre perché non lottano contro chi dovrebbero. Quando vado a vedere una buona opera di teatro, di danza, oppure quando mi reco a un grande concerto, mi rendo conto che un artista sta gratificando un individuo, sta trasmettendo valori umani alle persone, sta dicendo a chi ascolta: Tu sei un individuo, anche se non parla delle difficoltà e non si esprime contro la dittatura, secondo me sta compiendo un’azione contestatrice. Perché una dittatura non funziona se esistono individui, esseri umani liberi, ma va avanti solo con gente meccanizzata e priva di un’individualità, di una vera e propria anima. Secondo me è sufficiente che gli artisti e gli intellettuali alimentino la sensibilità individuale, soltanto in questo modo staranno facendo quello che è nella loro responsabilità.
Ernesto Morales
ernestomorales@gmail.com
Traduzione di Gordiano Lupi
Da: Oblò Cubano
http://www.tellusfolio.it/index.php?prec=/index.php?lev=65&cmd=v&lev=65&id=11072
Il falso dilemma della transizione cubana
Da: El Pais - 25 Maggio 2010
Negli ultimi giorni varie istituzioni e personalità della cultura insulare hanno reagito contro la Piattaforma Spagnola per la Democratizzazione di Cuba, promossa da oltre 60 scrittori e artisti spagnoli, critici del sistema politico cubano, esponenti delle più svariate tendenze ideologiche. Le reazioni possono essere lette su La Jiribilla, settimanale telematico del Ministero della Cultura, uno dei principali apparati ideologici dello Stato cubano.
Il castrismo attacca gli artisti e gli scrittori spagnoli che hanno firmato a favore della democrazia a Cuba.
Questi intellettuali - colpevoli di aver espresso opinioni su quel che succede in un paese del mondo - si sono presi accuse di “ingerenza” e “aggressione”, aggettivi denigratori come “fascisti”, “franchisti” e “reazionari”, infine la diversità ideologica dei firmatari della Piattaforma è stata definita “Operazione Asnar”. Certe risposte forniscono un aiuto prezioso al dibattito su Cuba: offrono una spiegazione del perché il governo di Raúl Castro non intraprende la strada delle riforme promesse durante i primi mesi del suo mandato.
Nascosta tra una serie di affermazioni contraddittorie come “Cuba è già cambiata mezzo secolo fa”, “sta cambiando tutti i giorni”, “cambierà quando finirà l’embargo”, compare la spiegazione che il Governo non ha dato: le riforme non si realizzano perché concedere diritti civili, economici e politici alla popolazione vorrebbe dire consegnare un’arma al “nemico” che ne approfitterebbe per distruggere la Rivoluzione, ritornare alla dipendenza dagli Stati Uniti e restaurare il capitalismo.
Il nemico, un mostro creato dall’ideologia ufficiale, è un’idra dalle mille teste (l’opposizione interna, la dissidenza socialista, gli esiliati, Miami, gli Stati Uniti, l’Unione Europea, il Gruppo Prisa, El País, la CNN, El Nuevo Herald, Letras Libres, la destra latinoamericana...) che miracolosamente agisce come un’entità razionale, con un’agenda perfettamente strutturata e coordinata. Dovremo prima rispondere alla domanda: chi è il nemico? Per poi farci un’idea approssimata della sua perversa missione.
Chi è il nemico? Yoani Sánchez e i giovani blogger che raccontano in maniera critica il difficile quotidiano dei cubani sull’isola? Le Dame in Bianco, che chiedono solo di marciare in silenzio dopo aver assistito a una messa e aver pregato per la salute dei loro sposi e dei figli prigionieri? Oswaldo Payá, Elizardo Sánchez, Vladimiro Roca, Martha Beatriz Roque, Manuel Cuesta Morúa o gli altri leader dell’opposizione interna, che difendono la transizione pacifica, la riconciliazione nazionale, e denunciano ogni violazione dei diritti umani che si verifica sull’isola?
Chi è il nemico? Carlos Alberto Montaner o i vari leader socialdemocratici, democristiani, socialisti o liberali dell’esilio che da decenni promuovono un cambiamento concordato, senza escludere gli stessi membri dell’attuale classe politica cubana? Il Governo di Barack Obama, che ha eliminato le sanzioni del 2004 e ha ricominciato il dialogo migratorio con il Governo cubano, ma crede che per togliere l’embargo commerciale sia necessario che L’Avana intraprenda le riforme promesse? L’Unione Europea, che pure ha eliminato le sanzioni del 2004, ma che rimane divisa sull’opportunità o meno di riproporre la posizione comune del 1996?
Chi è il nemico? Miami, dove solo negli ultimi mesi - e grazie alla mediazione di Obama - si sono esibiti La Charanga Habanera, Los Van Van, il duo Buena Fe e Carlos Varela e da dove passano costantemente poeti, romanzieri, drammaturghi, pittori e attori cubani? Dove hanno tenuto conferenze lo storico Eduardo Torres Cuevas, direttore della Biblioteca Nazionale di Cuba, il politologo Rafael Hernández, direttore della principale rivista di scienze sociali dell’isola, e due premi nazionali della letteratura cubana, Antón Arrufat e Abelardo Estorino? Miami, la città che invia oltre mille milioni di dollari in rimesse all’isola e che sostiene maggiormente la riunificazione familiare?
Cosa desiderano i “nemici”? Distruggere la Rivoluzione? Nessuno degli attori politici indicati difende lo scontro o la violenza come metodo politico e nessuno ritiene che oggi esista ancora una “rivoluzione”. Tutti pensano che la Rivoluzione è stata un fenomeno storico che ebbe luogo tra la fine degli anni Cinquanta e il principio dei Settanta, la cui eredità è tema di dibattito tra gli storici. Quel che pensano davvero questi “nemici” è che il sistema politico che è derivato da quella Rivoluzione - partito unico, economia statale, controllo della società civile - è incapace di rappresentare in maniera equa i complessi interessi della società cubana del XXI secolo.
Cosa desiderano i nemici? Annettere Cuba agli Stati Uniti? Creare uno Stato dipendente o semisovrano, come quello esistito tra il 1902 e il 1934? Nessuno dei programmi politici delle più conosciute e prestigiose organizzazioni dell’opposizione e dell’esilio cubano popone simili assurdità. Tutti gli attori politici che abbiamo detto, incluso gli Stati Uniti, l’Unione Europea o qualunque leader dell’America Latina che simpatizzi con la transizione cubana, aspirano a preservare l’autodeterminazione dell’isola.
Cosa desiderano i “nemici”? Restaurare il capitalismo? Il capitalismo è già stato restaurato a Cuba, soltanto che l’unica impresa autorizzata a sfruttare il lavoro salariato, trarre plusvalore e spartire i guadagni con i suoi soci del capitale straniero è lo Stato. Le principali entrate di un simile Stato provengono dall’economia del mercato globale, quindi il conflitto cubano non è tra chi vuole preservare il socialismo e chi vuol tornare al capitalismo, ma tra chi vuole conservare l’attuale capitalismo autoritario di Stato e chi vuole democratizzarlo.
I desideri del “nemico” non sono molto lontani, a quanto pare, da quelli della maggioranza dei cittadini dell’isola. A giudicare da quel che ha espresso la base del Partito Comunista, i “rivoluzionari” cubani, anche se votano alle elezioni e sfilano il 1° Maggio, vogliono poter uscire ed entrare dal loro paese senza il permesso del Governo, avere diritto alla piccola e media impresa privata, accedere liberamente all’informazione nazionale e internazionale, associarsi ed esprimersi con maggior autonomia.
Non è vero che il Governo di Raúl Castro non realizza le riforme perché vuol proteggere il popolo dai suoi nemici, ma perché non vuol cedere il suo vecchio e atrofizzato potere. La distruzione della Rivoluzione, la perdita della sovranità dell’isola o la restaurazione del capitalismo non sono minacce reali. Sono finzioni concepite per posporre, una volta di più, il cambiamento che serve alla maggior parte dei cubani, persino a chi fa parte dell’attuale Governo. Un cambiamento la cui necessità è decisa dalla mancanza di corrispondenza tra la società pluralista dell’isola, la diaspora e la costruzione totalitaria del sistema politico cubano.
Rafael Rojas*
(da El País, 24 maggio 2010)
Traduzione di Gordiano Lupi
* Rafael Rojas è uno storico cubano esiliato in Messico. Ha conseguito il Premio di Saggistica “Isabel Polanco” con Repúblicas de aire.
Negli ultimi giorni varie istituzioni e personalità della cultura insulare hanno reagito contro la Piattaforma Spagnola per la Democratizzazione di Cuba, promossa da oltre 60 scrittori e artisti spagnoli, critici del sistema politico cubano, esponenti delle più svariate tendenze ideologiche. Le reazioni possono essere lette su La Jiribilla, settimanale telematico del Ministero della Cultura, uno dei principali apparati ideologici dello Stato cubano.
Il castrismo attacca gli artisti e gli scrittori spagnoli che hanno firmato a favore della democrazia a Cuba.
Questi intellettuali - colpevoli di aver espresso opinioni su quel che succede in un paese del mondo - si sono presi accuse di “ingerenza” e “aggressione”, aggettivi denigratori come “fascisti”, “franchisti” e “reazionari”, infine la diversità ideologica dei firmatari della Piattaforma è stata definita “Operazione Asnar”. Certe risposte forniscono un aiuto prezioso al dibattito su Cuba: offrono una spiegazione del perché il governo di Raúl Castro non intraprende la strada delle riforme promesse durante i primi mesi del suo mandato.
Nascosta tra una serie di affermazioni contraddittorie come “Cuba è già cambiata mezzo secolo fa”, “sta cambiando tutti i giorni”, “cambierà quando finirà l’embargo”, compare la spiegazione che il Governo non ha dato: le riforme non si realizzano perché concedere diritti civili, economici e politici alla popolazione vorrebbe dire consegnare un’arma al “nemico” che ne approfitterebbe per distruggere la Rivoluzione, ritornare alla dipendenza dagli Stati Uniti e restaurare il capitalismo.
Il nemico, un mostro creato dall’ideologia ufficiale, è un’idra dalle mille teste (l’opposizione interna, la dissidenza socialista, gli esiliati, Miami, gli Stati Uniti, l’Unione Europea, il Gruppo Prisa, El País, la CNN, El Nuevo Herald, Letras Libres, la destra latinoamericana...) che miracolosamente agisce come un’entità razionale, con un’agenda perfettamente strutturata e coordinata. Dovremo prima rispondere alla domanda: chi è il nemico? Per poi farci un’idea approssimata della sua perversa missione.
Chi è il nemico? Yoani Sánchez e i giovani blogger che raccontano in maniera critica il difficile quotidiano dei cubani sull’isola? Le Dame in Bianco, che chiedono solo di marciare in silenzio dopo aver assistito a una messa e aver pregato per la salute dei loro sposi e dei figli prigionieri? Oswaldo Payá, Elizardo Sánchez, Vladimiro Roca, Martha Beatriz Roque, Manuel Cuesta Morúa o gli altri leader dell’opposizione interna, che difendono la transizione pacifica, la riconciliazione nazionale, e denunciano ogni violazione dei diritti umani che si verifica sull’isola?
Chi è il nemico? Carlos Alberto Montaner o i vari leader socialdemocratici, democristiani, socialisti o liberali dell’esilio che da decenni promuovono un cambiamento concordato, senza escludere gli stessi membri dell’attuale classe politica cubana? Il Governo di Barack Obama, che ha eliminato le sanzioni del 2004 e ha ricominciato il dialogo migratorio con il Governo cubano, ma crede che per togliere l’embargo commerciale sia necessario che L’Avana intraprenda le riforme promesse? L’Unione Europea, che pure ha eliminato le sanzioni del 2004, ma che rimane divisa sull’opportunità o meno di riproporre la posizione comune del 1996?
Chi è il nemico? Miami, dove solo negli ultimi mesi - e grazie alla mediazione di Obama - si sono esibiti La Charanga Habanera, Los Van Van, il duo Buena Fe e Carlos Varela e da dove passano costantemente poeti, romanzieri, drammaturghi, pittori e attori cubani? Dove hanno tenuto conferenze lo storico Eduardo Torres Cuevas, direttore della Biblioteca Nazionale di Cuba, il politologo Rafael Hernández, direttore della principale rivista di scienze sociali dell’isola, e due premi nazionali della letteratura cubana, Antón Arrufat e Abelardo Estorino? Miami, la città che invia oltre mille milioni di dollari in rimesse all’isola e che sostiene maggiormente la riunificazione familiare?
Cosa desiderano i “nemici”? Distruggere la Rivoluzione? Nessuno degli attori politici indicati difende lo scontro o la violenza come metodo politico e nessuno ritiene che oggi esista ancora una “rivoluzione”. Tutti pensano che la Rivoluzione è stata un fenomeno storico che ebbe luogo tra la fine degli anni Cinquanta e il principio dei Settanta, la cui eredità è tema di dibattito tra gli storici. Quel che pensano davvero questi “nemici” è che il sistema politico che è derivato da quella Rivoluzione - partito unico, economia statale, controllo della società civile - è incapace di rappresentare in maniera equa i complessi interessi della società cubana del XXI secolo.
Cosa desiderano i nemici? Annettere Cuba agli Stati Uniti? Creare uno Stato dipendente o semisovrano, come quello esistito tra il 1902 e il 1934? Nessuno dei programmi politici delle più conosciute e prestigiose organizzazioni dell’opposizione e dell’esilio cubano popone simili assurdità. Tutti gli attori politici che abbiamo detto, incluso gli Stati Uniti, l’Unione Europea o qualunque leader dell’America Latina che simpatizzi con la transizione cubana, aspirano a preservare l’autodeterminazione dell’isola.
Cosa desiderano i “nemici”? Restaurare il capitalismo? Il capitalismo è già stato restaurato a Cuba, soltanto che l’unica impresa autorizzata a sfruttare il lavoro salariato, trarre plusvalore e spartire i guadagni con i suoi soci del capitale straniero è lo Stato. Le principali entrate di un simile Stato provengono dall’economia del mercato globale, quindi il conflitto cubano non è tra chi vuole preservare il socialismo e chi vuol tornare al capitalismo, ma tra chi vuole conservare l’attuale capitalismo autoritario di Stato e chi vuole democratizzarlo.
I desideri del “nemico” non sono molto lontani, a quanto pare, da quelli della maggioranza dei cittadini dell’isola. A giudicare da quel che ha espresso la base del Partito Comunista, i “rivoluzionari” cubani, anche se votano alle elezioni e sfilano il 1° Maggio, vogliono poter uscire ed entrare dal loro paese senza il permesso del Governo, avere diritto alla piccola e media impresa privata, accedere liberamente all’informazione nazionale e internazionale, associarsi ed esprimersi con maggior autonomia.
Non è vero che il Governo di Raúl Castro non realizza le riforme perché vuol proteggere il popolo dai suoi nemici, ma perché non vuol cedere il suo vecchio e atrofizzato potere. La distruzione della Rivoluzione, la perdita della sovranità dell’isola o la restaurazione del capitalismo non sono minacce reali. Sono finzioni concepite per posporre, una volta di più, il cambiamento che serve alla maggior parte dei cubani, persino a chi fa parte dell’attuale Governo. Un cambiamento la cui necessità è decisa dalla mancanza di corrispondenza tra la società pluralista dell’isola, la diaspora e la costruzione totalitaria del sistema politico cubano.
Rafael Rojas*
(da El País, 24 maggio 2010)
Traduzione di Gordiano Lupi
* Rafael Rojas è uno storico cubano esiliato in Messico. Ha conseguito il Premio di Saggistica “Isabel Polanco” con Repúblicas de aire.
Generación Y
24/5/2010
Fucilazione mediatica
YOANI SANCHEZ
Mi pettino i capelli. Non si festeggia niente oggi, sarebbe meglio che me li lasciassi arruffati e opachi invece di disporli su tre fila che intreccio secondo una logica ben precisa. Il rito della pettinatura mi placa l’ansia e alla fine la mia testa è in ordine, mentre il mondo continua a essere agitato.
Ho vissuto un fine settimana da capogiro e ho pensato che il rituale di sistemare la capigliatura e ridurla a una lunga treccia avrebbe annullato la tensione, ma non ha funzionato. Venerdì è stato fatto il mio nome durante il noioso programma della tavola rotonda, unito a concetti come “ciberterrorismo”, “cibercommando” e “guerra mediatica”. Essere menzionato in modo negativo nello spazio più ufficiale della televisione, rappresenta per qualunque cubano la conferma della sua morte sociale. Una lapidazione pubblica che consiste nel riempire di improperi chi manifesta idee critiche, senza concedere neppure pochi minuti come diritto di replica.
Gli amici mi hanno chiamato allarmati, temendo che la mia casa fosse piena di uomini che frugano sotto i materassi e dietro ai quadri. Malgrado ciò ho risposto al telefono esibendo il mio tono più gioviale: dimmi chi ti denigra e ti dirò chi sei, ho replicato a chi manifestava la sua preoccupazione. Se ti insultano i mediocri, gli opportunisti, se ti ingiuriano i salariati di un potente meccanismo ormai agonizzante, devi far conto che sia una decorazione… ho mormorato per tutta la notte come se fosse un mantra. Il giorno dopo la realtà continuava a negare il discorso ufficiale e i miei vicini, impegnati a rincorrere uno sfuggente piatto di riso, non avevano avuto né tempo né voglia di guardare una così noiosa montatura televisiva.
Le “fucilazioni mediatiche” non funzionano più, per questo mi chiedo cosa sta succedendo nella nostra realtà. Alcuni anni fa il disprezzo governativo avrebbero prodotto l’effetto di far allontanare tutti da me e dalla mia casa, mentre invece adesso si avvicinano, mi strizzano l’occhio e mi stringono le spalle in segno di complicità. Hanno utilizzato troppe volte la diffamazione come sistema per zittire il prossimo. Per questo motivo gli aggettivi incendiari non hanno più effetto su una popolazione oberata di slogan che non vede risultati. Il balsamo riparatore è arrivato proprio questo sabato. Un argentino è riuscito a far entrare nel paese il trofeo del mio premio Perfil e quasi nello stesso tempo una cilena ha foderato con carta rosa l’edizione spagnola del mio Cuba Libre e gli ha fatto superare la dogana.
Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Nota: Yoani Sánchez ha vinto il Premio di Giornalismo Perfil nella categoria Libertà di Espressione. Cuba Libre è stato pubblicato in spagnolo da Radom House-Mondadori ed è attualmente distribuito in Cile, Colombia e Venezuela. L’Italia ha il primato di aver pubblicato per primo il libro di Yoani Sánchez (Rizzoli, 2009), da me tradotto.
Fucilazione mediatica
YOANI SANCHEZ
Mi pettino i capelli. Non si festeggia niente oggi, sarebbe meglio che me li lasciassi arruffati e opachi invece di disporli su tre fila che intreccio secondo una logica ben precisa. Il rito della pettinatura mi placa l’ansia e alla fine la mia testa è in ordine, mentre il mondo continua a essere agitato.
Ho vissuto un fine settimana da capogiro e ho pensato che il rituale di sistemare la capigliatura e ridurla a una lunga treccia avrebbe annullato la tensione, ma non ha funzionato. Venerdì è stato fatto il mio nome durante il noioso programma della tavola rotonda, unito a concetti come “ciberterrorismo”, “cibercommando” e “guerra mediatica”. Essere menzionato in modo negativo nello spazio più ufficiale della televisione, rappresenta per qualunque cubano la conferma della sua morte sociale. Una lapidazione pubblica che consiste nel riempire di improperi chi manifesta idee critiche, senza concedere neppure pochi minuti come diritto di replica.
Gli amici mi hanno chiamato allarmati, temendo che la mia casa fosse piena di uomini che frugano sotto i materassi e dietro ai quadri. Malgrado ciò ho risposto al telefono esibendo il mio tono più gioviale: dimmi chi ti denigra e ti dirò chi sei, ho replicato a chi manifestava la sua preoccupazione. Se ti insultano i mediocri, gli opportunisti, se ti ingiuriano i salariati di un potente meccanismo ormai agonizzante, devi far conto che sia una decorazione… ho mormorato per tutta la notte come se fosse un mantra. Il giorno dopo la realtà continuava a negare il discorso ufficiale e i miei vicini, impegnati a rincorrere uno sfuggente piatto di riso, non avevano avuto né tempo né voglia di guardare una così noiosa montatura televisiva.
Le “fucilazioni mediatiche” non funzionano più, per questo mi chiedo cosa sta succedendo nella nostra realtà. Alcuni anni fa il disprezzo governativo avrebbero prodotto l’effetto di far allontanare tutti da me e dalla mia casa, mentre invece adesso si avvicinano, mi strizzano l’occhio e mi stringono le spalle in segno di complicità. Hanno utilizzato troppe volte la diffamazione come sistema per zittire il prossimo. Per questo motivo gli aggettivi incendiari non hanno più effetto su una popolazione oberata di slogan che non vede risultati. Il balsamo riparatore è arrivato proprio questo sabato. Un argentino è riuscito a far entrare nel paese il trofeo del mio premio Perfil e quasi nello stesso tempo una cilena ha foderato con carta rosa l’edizione spagnola del mio Cuba Libre e gli ha fatto superare la dogana.
Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Nota: Yoani Sánchez ha vinto il Premio di Giornalismo Perfil nella categoria Libertà di Espressione. Cuba Libre è stato pubblicato in spagnolo da Radom House-Mondadori ed è attualmente distribuito in Cile, Colombia e Venezuela. L’Italia ha il primato di aver pubblicato per primo il libro di Yoani Sánchez (Rizzoli, 2009), da me tradotto.
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