Quando ero giovane e avevo in corpo la voglia di essere da qualche parte, la gente matura m'assicurava che la maturità avrebbe guarito questa rogna.
Quando gli anni mi dissero maturo, fu l'età di mezzo la cura prescritta. Alla mezza età mi garantirono che un'età più avanzata avrebbe calmato la mia febbre.
E ora che ne ho cinquantotto sarà forse la vecchiaia a giovarmi?
Nulla ha funzionato.
Quattro rauchi fischi della sirena di una nave continuano a farmi rizzare i peli sul collo e mettermi i piedi in movimento. Il rumore di un aereo a reazione, un motore che si scalda, persino lo sbatter di zoccoli sul selciato suscitano l'antico brivido, la bocca secca, le mani roventi, lo stomaco in agitazione sotto la gabbia delle costole. In altre parole, non miglioro. Vagabondo ero, vagabondo resto. Temo che la malattia sia incurabile. Metto giù questa roba non per istruire gli altri, ma per informare me stesso.
John Steinbeck
Me l'ha insegnata Tool questa cosa.Andare a Quinnipak,dormire a Quinnipak,fuggire a Quinnipak.É una specie di gioco. Serve quando hai lo schifo addosso,che proprio non c'è verso di togliertelo.Allora ti rannicchi da qualche parte,chiudi gli occhi,e inizi ad inventarti delle storie.Quel che ti viene.Ma lo devi fare bene.Con tutti i particolari.E quello che la gente dice,e i colori,e i suoni.Tutto.E lo schifo a poco a poco se ne va.Poi torna,è ovvio,ma intanto per un po' l'hai fregato.
giovedì 9 settembre 2010
mercoledì 8 settembre 2010
Sparire
Sparire dalla vita di un'altra persona significa tradire prima di tutto se stessi: alla fine, anche se sei innocente, scopri di aver fatto comunque del male a un sacco di gente.
Mauro Covacich, Prima di sparire
Mauro Covacich, Prima di sparire
martedì 7 settembre 2010
Partire...tornare...
Sono partita per il viaggio che sognavo da anni, Cuba, la Cuba di Hemingway e di Che Guevara, L'Avana e la Finca Vigia, Cojimar e Santa Clara, Trinidad e la Baia dei Porci...un viaggio che è stato un tornare nei posti tanto a lungo conosciuti attraverso i libri e che, a vederli dal vero, sembrano così familiari...un sogno che si avvera...un giorno intero passato a rendermi conto che non stavo sognando ma che ero davvero lì...e al contempo, dopo qualche giorno, la consapevolezza che il viaggio sta per finire e che si sta per ritornare a casa...e nel cuore, accanto alla meraviglia suscitata da quei posti tanto a lungo sognati, una gran voglia di tornare a "casa"...la sensazione di sentire che è bello ed emozionante partire, allontanarsi, ma è altrettanto bello ed emozionante tornare...che l'avventura vera comincia ogni volta che si torna a casa...
venerdì 16 luglio 2010
giovedì 15 luglio 2010
Hemingway. Uno straniero a Cuba
La Cuba di Hemingway è ancora una buona esca per turisti. Subito fuori L’Avana, a San Francisco de Paula e a Cojimar, ci sono la sua casa e il suo porto, subito dentro, nel cuore della città vecchia, il suo albergo e i suoi bar. Nel quartiere di Miramar, ogni estate c’è la gara di pesca come da regolamento da lui stabilito. Busti in bronzo, targhe e fotografie contrassegnano i luoghi, un daiquiri, il Double Papa, porta il suo nome. In nessun altro Paese soggiornò così a lungo, un buon quarto di secolo. Eppure a nessun altro Paese restò in fondo così estraneo. Dietro la Cuba hemingwayana per turisti c’è l’equivoco cubano di Hemingway.
Cominciò che lo scrittore era già morto, Castro aveva da poco preso il potere, la Rivoluzione era ancora in marcia. Lui e El Comandante en Jefe avevano fatto a tempo a incontrarsi. Una foto li ritrae, un vecchio dalla barba tutta bianca, un giovane dalla barba tutta nera, il 15 maggio 1960: Fidel ha le mani ingombre di coppe, un sigaro fra le dita, Ernest un vistoso cerotto sul dorso della sinistra. Di lì a due mesi Hemingway se ne andrà sapendo che sarà per sempre. Adios Cuba: la situazione politica è pesante, le relazioni fra i barbudos e gli Stati Uniti tese. E in più c’è la salute che lo fa preoccupare, la scrittura che lo fa dannare. Non ci vede bene, ha problemi di pressione, di memoria, soffre di depressione e di manie persecutorie. Ogni mattina si mette al lavoro, ma ha perso la misura, il tocco, la capacità di scegliere le parole giuste. È verboso, retorico e noioso: lo sa, ma non sa più come uscirne. Se si guarda allo specchio quasi non si riconosce. Ancora un anno e si sparerà in bocca. Adios Hemingway.
Adios Hemingway è anche il titolo del romanzo di Leonardo Padura in cui per la prima volta un autore cubano racconta «l’equivoco» Hemingway e non la sua agiografia. C’è voluto il nuovo secolo perché ciò avvenisse. I quarant’anni e passa dalla morte si sono rivelati impietosi per l ’immagine pubblica e private dello scrittore: mitomane, millantatore, sadico, esibizionista, egoista, alcolizzatoMa non hanno risparmiato neppure la rivoluzione castrista e il Fidel Mentira barbuda, barba bugiarda: una satrapia e non una democrazia, il sogno egalitario che si rivela un incubo concentrazionario, repressione e non diritti civili. Così, se quello umanamente non è più un blasone di cui potere andare fieri, questa non è più un’insegna da sventolare con fierezza. E tanto vale, allora, che ciascuna vada per la sua strada.
Opera di finzione e non biografia o saggio critico, il libro di Padura mette in scena il ritrovamento, alla fine degli anni Novanta, nel giardino della Finca Vigìa - la casa di Hemingway trasformata in museo l’anno successivo alla sua morte - di ciò che resta di un cadavere assassinato negli anni Cinquanta, al suo fianco un’insegna dell’Fbi. Nelle indagini viene coinvolto un ex poliziotto, Mario Conde, che ha abbandonato la carriera per correre dietro ai suoi sogni di scrittore. E Conde accetta di indagare perché ciò gli permette di regolare i conti intellettuali con chi tanto lo influenzò ai tempi dell’apprendistato letterario, e quelli ideologici con l’icona celebrata a beneficio dei suoi connazionali e dei turisti e in spregio degli odiati yankee, l’Hemingway innamorato di Cuba e dei cubani, cittadino ad honorem e revolucionario in pectore...
Man mano che l’inchiesta procede, Conde trova la conferma di quello che in fondo ha sempre pensato, ma mai ammesso: l’unica cosa sincera del rapporto fra l’isola e lo scrittore è la testa in bronzo voluta e pagata dalla gente di Cojimar per onorarne la memoria, ovvero il saluto di pescatori e marinai a uno di loro. Il primo omaggio postumo che egli ricevette, eppure il meno citato e celebrato...
Tutto il resto è fuffa retorica, a partire dalla Marina destinata al jet-set per finire a quel museo in cui a bordo piscina sono stati persino messi i resti della sua barca, la Pilar. Fuffa retorica che copre la realtà di uno che non si è mai veramente mischiato alla vita dei cubani, non è mai entrato in una casa, partecipato a un ricevimento, frequentato un intellettuale, avuto un’avventura sentimentale, espresso una critica politica o sociale. Uno straniero, insomma.
Padura appartiene a quella frangia di scrittori cubani che da Cuba non se ne sono andati e nei suoi romanzi c’è la vita quotidiana di una nazione troppo impegnata a sopravvivere per avere certezze o nutrire illusioni. Adios Hemingway arriva vent’anni dopo l’interessante e patetico Hemingway a Cuba di Norberto Fuentes. Interessante perché pieno di annotazioni, testimonianze, aneddoti, ricostruzioni. Patetico perché quando il volume uscì Fuentes era ancora un intellettuale organico al regime (se ne sarebbe distaccato, in maniera soft, un decennio dopo), quest’ultimo aveva ancora un suo appeal, l’immagine dello scrittore ancora reggeva e la tesi sostenuta era appunto quella di un Hemingway se non vicino certo non ostile a Castro e alla rivoluzione cubana.
Tesi ardua, non foss’altro perché il governo di Batista era stato quello con cui Hemingway aveva tranquillamente convissuto (gli concesse persino un’onorificenza, e lui accettò), che lo stesso Batista nel 1940 era stato eletto con l’appoggio del Partito comunista, che negli anni Quaranta e Cinquanta la corruzione non impediva la prosperità. Come dirà Guillermo Cabrera Infante: «Cacciammo Batista perché era un criminale e truccava le elezioni. Non per cambiare dittatore». La storia cubana, insomma, è più complessa e il periodo batistiano più sfaccettato della ricostruzione agiografica castrista di Fuentes. Se non lo si capisce, la domanda principale del libro: «Perché Hemingway scelse Cuba al punto di risiedervi così a lungo?» rimane senza risposta. Come infatti accade.
In realtà, l’unica risposta vera è quella del semplice monumento di Cojimar, ovvero emozionale e individuale, il vitalismo non gravato né guastato da complicazioni intellettuali o da preoccupazioni sociali, teso al proprio benessere e alla propria scrittura. all’Hotel Ambos Mundos prima, alla Vigìa (La Vedetta) poi, Hemingway trovò la cornice ideale per dare sfogo a una visione del mondo asociale che irradiava da se stesso e in se stesso si esauriva. Cuba gli permetteva di far finta che l’unico governo di cui dovesse tener conto fosse il proprio, il che, per uno che aveva scritto di «detestare qualsiasi maledetto governo, nessuno escluso», era il massimo. Come primo cittadino stabiliva le regole e le affiliazioni, i divertimenti e le prerogative. C’era l’Ordine Reale dei Mangiatori di Gamberetti («i suoi membri mangiano la testa e la coda»), la liturgia dei daiquiri (il record era 16 in una serata), l’iniziazione alla pesca del marlin, le gare di tiro al piccione, le feste in casa con annessa ubriacatura, le esibizioni come improvvisato domatore di leoni...
Tutto era propedeutico e/o autocompensativo per la scrittura, il fine ultimo. Cuba, la gente di Cuba, i colori di Cuba, il mare di Cuba non furono altro, insomma, che fondali per la sua vita che poi si rispecchiava nella sua opera. La Teraze di Cojimar, la Bodeguita e il Floridita, oggi nomi e luoghi da turismo guidato, rimangono la testimonianza di una passione estrema e di un gusto ingordo per la vita. Ma come icone di un percorso «rivoluzionario», o almeno «sociale», fanno ridere.
Nel romanzo di Padura c’è la ricostruzione di una nuotata nella piscina della Finca Vigìa, durante la quale Ava Gardner, amica e spesso ospite dello scrittore, si esibisce in tutta la sua provocante nudità. È una ricostruzione, se non vera, verosimile: nel 1957, al ricevimento dell’ambasciata britannica per il compleanno della regina Elisabetta, Ernest si era presentato con lei a braccetto. Nell’euforia dei brindisi, l’attrice era saltata su un tavolo, si era sfilata le mutandine e le aveva agitate davanti agli ospiti come fa un toreador con la cappa. Edward Scott, editore dell’Havana Post e fervente suddito di sua Maestà aveva considerato la scena disdicevole e protestato di conseguenza. «Ti spacco in due» aveva replicato Hemingway.
Il suo tramonto cubano fu inizialmente malinconico, poi disastroso. Ma c’era stata anche una lunga primavera, gonfia di certezze e di promesse, quella di un uomo in pieno vigore fisico e creativo, che sull’isola aveva comprato una casa, ormeggiato una barca, cambiato due mogli, scritto molti romanzi. «Io devo scrivere per essere felice, che mi paghino o no» aveva confessato una volta. «Ma è una malattia questa fin dalla nascita. Mi piace farlo. Il che è anche peggio. Perché trasforma la malattia in vizio. Poi voglio farlo ancora meglio di chiunque altro e diventa un’ossessione. Un’ossessione è una cosa terribile». Quando la terapia è anche la malattia, non c’è salvezza. Adios Hemingway.
di Stenio Solinas - 11/05/2007 (da "Il Giornale)
giovedì 24 giugno 2010
La guerra del Giappone contro Moby Dick
In Marocco si discute sul bando alla caccia alla balene.Ma il Paese asiatico sfida la comunità internazionale e continua a uccidere cetacei. Ecco perché dal nostro corrispondente FEDERICO RAMPINI
NEW YORK - Nell'ora dell'intervallo, ogni giorno nelle scuole di Ayukawa si ripete un rito feroce. Tutti gli studenti nel cestino della colazione trovano la razione quotidiana di carne di balena. Cruda, in stile sashimi, o fritta come tempura, con salsa di soya o ketchup. Mangiarla non è un obbligo dietetico, è un gesto di patriottismo. Addentando i bocconcini teneri, grassi e nutrienti, quei ragazzi sono al centro di uno scontro di civiltà. È la guerra a oltranza del Giappone contro la messa al bando internazionale della caccia alle balene. Uno scontro che per i giapponesi ha un significato unico, incomprensibile per il resto del mondo: l'ultimo simbolo della loro diversità, la resistenza contro l'omologazione.
Una nazione ricca, civile, con alti livelli d'istruzione, spesso all'avanguardia nella tutela dell'ambiente. Cosa spinge il Giappone a sfidare l'opinione pubblica mondiale, America in testa, per continuare la caccia alle balene? "È nei nostri geni, è un pezzo della nostra cultura". Così risponde da anni l'ultraottantenne Shigehiko Azumi, ex sindaco di Ayukawa, il porto storico delle baleniere giapponesi. Tanti la pensano come lui, una netta maggioranza di giapponesi, senza distinzione di età. Anche quelli che non hanno mai assaggiato un sashimi di balena come quello che servono nell'unico hotel per turisti di Ayukawa.
Questo spiega la battaglia solitaria con cui il governo di Tokyo continua a difendere la caccia alle balene. "Esclusivamente per ragioni di ricerca scientifica", spiega il portavoce del ministero degli Esteri Jiro Okuyama. Questa è la foglia di fico, la fragile finzione a cui si aggrappa la diplomazia nipponica nelle conferenze internazionali 1. Dietro c'è qualcosa di più profondo. È il senso di un'identità perduta, triturata da un secolo di emulazione dell'Occidente.
Per uno scherzo beffardo della storia, il Sol Levante si aggrappa disperatamente a un simbolo che non è suo. Sui manuali di storia a Tokyo non v'è traccia di questa impostura e perfino tra i giapponesi più colti solo pochi osano alzare il velo sulla grande menzogna. Ma la verità è questa: la loro manìa per la carne di balena fu imposta dal generale Douglas MacArthur, il vincitore della guerra del Pacifico, comandante capo delle forze di occupazione americane alla fine della seconda guerra mondiale.
È il paese di "Moby Dick" e del capitano Achab, quello che oggi guida la crociata in difesa dei cetacei, che fu all'origine di questa grottesca finzione. L'equivoco affonda le sue radici nella complicata storia di amoreodio fra i giapponesi e l'Occidente, dall'arrivo della cannoniera del commodoro Perry nel 1852 fino ai nostri giorni. Ayukawa, sulla punta di una penisola nel Giappone nordorientale, è sonnolenta e depressa da molti anni. Quasi una cittàfantasma, costretta a vivere di ricordi.
Sono lontani i tempi in cui la capitale asiatica della caccia alle balene brulicava di attività, era la gemella-rivale asiatica di Nantucket, il porto del New England descritto nel romanzo di Herman Melville. Le navi della "caccia maledetta" continuano a salpare da Ayukawa e la cattura di una sola balena vale 100.000 dollari sul mercato del pesce di Tsukiji a Tokyo. Ma i consumi della carne pregiata sono diminuiti anche sul mercato interno, sono appena un ventesimo rispetto al record storico di 226.000 tonnellate toccato nel 1962. La campagna internazionale per proteggere i grandi mammiferi marini dal 1986 in poi ha spinto Ayukawa verso un lento e penoso declino.
All'avanguardia nella difesa della specie minacciata dall'estinzione, ci sono proprio gli ambientalisti americani. Le loro gesta hanno una risonanza mondiale. "The Cove", il documentario sulla caccia ai delfini in Giappone, è stato premiato con l'Oscar (e subito messo al bando dai cinema giapponesi per le minacce dell'estrema destra). Gli stessi autori del film, guidati dal regista Louie Psihoyos, sono stati i protagonisti di una "coda" spettacolare tre mesi fa. A pochi chilometri da Hollywood, sulla spiaggia californiana di Santa Monica, hanno scoperto un sushi-bar giapponese, The Hump, che serviva carne di balena sfidando il divieto federale. Smascherato dalla troupe con webcam e microfoni, il proprietario ha dovuto chiudere, ora rischia 200.000 dollari di multa e fino a un anno di carcere. Una piccola Pearl Harbor a rovescia, con gli ambientalisti californiani nella parte dei vendicatori. La West Coast degli Stati Uniti è la punta avanzata dell'offensiva contro i "barbari" che vogliono lo sterminio delle balenottere.
Eppure 150 anni fa è proprio l'America il centro mondiale della caccia alle balene. Philip Hoare, biologo e storico, ne ha fatto il centro della sua ricerca monumentale: "The Whale, in Search of the Giants of the Sea". Nel Settecento e nella prima metà dell'Ottocento, ricorda Hoare, "la caccia alle balene e lo sfruttamento industriale delle loro risorse, sono l'equivalente di quello che oggi è il business del petrolio". Prima che l'industria estrattiva faccia dei progressi verso la trivellazione, terrestre e marina, il carburante più usato per le lampade a olio è il grasso dei cetacei. Per Andrew Delbianco, docente alla Columbia University, "è irresistibile l'analogia fra la spietata caccia all'olio delle balene ai tempi di Melville, e l'avidità di petrolio nel XXI secolo".
L'America è l'Arabia Saudita dell'epopea delle baleniere. All'apice del boom, gli Stati Uniti esportano in Europa fino a un milione di galloni all'anno di olio di cetacei. La competizione è così sfrenata da sacrificare la sicurezza. La fine del capitano Achab in "Moby Dick" è ispirata da una vicenda vera, il naufragio della baleniera Essex nel 1820, colpita e affondata da un gigantesco mammifero nel Pacifico meridionale. Il traffico di balene spiega la stessa missione del commodoro Matthew Perry, che al comando della Flotta Nera piega l'isolazionismo giapponese e costringe lo shogunato di Tokugawa ad aprirsi al commercio con l'America. La priorità di Perry è assicurare alle baleniere Usa il libero accesso alle acque del Pacifico orientale e meridionale. In seguito i pescatori giapponesi, ad
Ayukawa e in altri porti, adottano le tecniche americane per la pesca dei cetacei. Ma il consumo locale della carne resta limitato. È solo dopo la seconda guerra mondiale che le cose cambiano. Dopo la resa incondizionata dell'imperatore Hirohito nel 1945, il Giappone distrutto dai bombardamenti (incluse due atomiche) è a corto di ogni risorsa naturale. Raccolti agricoli e allevamenti sono allo stremo. È il generale MacArthur a imporre in tutte le scuole la carne di balena come alimento quotidiano: proteine a buon mercato, le uniche accessibili in quegli anni.
"All'inizio - ricorda lo scienziato ambientale Shuichi Kitoh dell'università di Tokyo - molti giapponesi la trovavano immangiabile". E allora nel paese distrutto dalla guerra il governo fa quello che solo in una civiltà confuciana può sembrare possibile. Paternalismo autoritario e propaganda riescono a "convincere la popolazione che la carne di balena è parte delle nostre tradizioni, un pezzo di cultura nazionale", dice Kitoh. All'inizio degli anni Settanta, quando in Occidente ha inizio la campagna per proteggere le balene, la difesa dell'identità nazionale fa scattare la reazione. Ayako Okubo, ricercatore oceaonografico, non ha dubbi su quel che agita il subconscio dei suoi connazionali, e li rende così refrattari alle pressioni: "Ai giapponesi non piace particolarmente la carne di balena. Ma piace ancora meno sentirsi vietare il consumo dagli stranieri. È uno dei pochi terreni su cui abbiamo la capacità di dire no all'America".
(24 giugno 2010) © Riproduzione riservata
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