lunedì 1 novembre 2010

Il sangue è freddo

Credevo fosse finita

ho creduto ad un'altra vita
ma il destino sbatte forte le porte.
Dover tornare indietro
un ultimo inchino
non c'è più tempo
né più destino,
Più nessuno giuro
rimarrà vivo
ed il passo ad un tratto
si fece leggero..
Nell'acqua lo sguardo si perse
per l'eternità
freddo ora sangue vendetta
sarai prigioniero..
Quanto è lontana da Roma la felicità?
La felicità..

(Pierluigi Ferrantini)

giovedì 9 settembre 2010

Vagabondo ero, vagabondo resto.

Quando ero giovane e avevo in corpo la voglia di essere da qualche parte, la gente matura m'assicurava che la maturità avrebbe guarito questa rogna.
Quando gli anni mi dissero maturo, fu l'età di mezzo la cura prescritta. Alla mezza età mi garantirono che un'età più avanzata avrebbe calmato la mia febbre.
E ora che ne ho cinquantotto sarà forse la vecchiaia a giovarmi?
Nulla ha funzionato.
Quattro rauchi fischi della sirena di una nave continuano a farmi rizzare i peli sul collo e mettermi i piedi in movimento. Il rumore di un aereo a reazione, un motore che si scalda, persino lo sbatter di zoccoli sul selciato suscitano l'antico brivido, la bocca secca, le mani roventi, lo stomaco in agitazione sotto la gabbia delle costole. In altre parole, non miglioro. Vagabondo ero, vagabondo resto. Temo che la malattia sia incurabile. Metto giù questa roba non per istruire gli altri, ma per informare me stesso.
John Steinbeck

mercoledì 8 settembre 2010

Sparire

Sparire dalla vita di un'altra persona significa tradire prima di tutto se stessi: alla fine, anche se sei innocente, scopri di aver fatto comunque del male a un sacco di gente.

Mauro Covacich, Prima di sparire

martedì 7 settembre 2010

Partire...tornare...

Sono partita per il viaggio che sognavo da anni, Cuba, la Cuba di Hemingway e di Che Guevara, L'Avana e la Finca Vigia, Cojimar e Santa Clara, Trinidad e la Baia dei Porci...un viaggio che è stato un tornare nei posti tanto a lungo conosciuti attraverso i libri e che, a vederli dal vero, sembrano così familiari...un sogno che si avvera...un giorno intero passato a rendermi conto che non stavo sognando ma che ero davvero lì...e al contempo, dopo qualche giorno, la consapevolezza che il viaggio sta per finire e che si sta per ritornare a casa...e nel cuore, accanto alla meraviglia suscitata da quei posti tanto a lungo sognati, una gran voglia di tornare a "casa"...la sensazione di sentire che è bello ed emozionante partire, allontanarsi, ma è altrettanto bello ed emozionante tornare...che l'avventura vera comincia ogni volta che si torna a casa...

perchè un pretesto per tornare bisogna sempre seminarselo dietro, quando si parte...

venerdì 16 luglio 2010

giovedì 15 luglio 2010

Hemingway. Uno straniero a Cuba


La Cuba di Hemingway è ancora una buona esca per turisti. Subito fuori L’Avana, a San Francisco de Paula e a Cojimar, ci sono la sua casa e il suo porto, subito dentro, nel cuore della città vecchia, il suo albergo e i suoi bar. Nel quartiere di Miramar, ogni estate c’è la gara di pesca come da regolamento da lui stabilito. Busti in bronzo, targhe e fotografie contrassegnano i luoghi, un daiquiri, il Double Papa, porta il suo nome. In nessun altro Paese soggiornò così a lungo, un buon quarto di secolo. Eppure a nessun altro Paese restò in fondo così estraneo. Dietro la Cuba hemingwayana per turisti c’è l’equivoco cubano di Hemingway.


Cominciò che lo scrittore era già morto, Castro aveva da poco preso il potere, la Rivoluzione era ancora in marcia. Lui e El Comandante en Jefe avevano fatto a tempo a incontrarsi. Una foto li ritrae, un vecchio dalla barba tutta bianca, un giovane dalla barba tutta nera, il 15 maggio 1960: Fidel ha le mani ingombre di coppe, un sigaro fra le dita, Ernest un vistoso cerotto sul dorso della sinistra. Di lì a due mesi Hemingway se ne andrà sapendo che sarà per sempre. Adios Cuba: la situazione politica è pesante, le relazioni fra i barbudos e gli Stati Uniti tese. E in più c’è la salute che lo fa preoccupare, la scrittura che lo fa dannare. Non ci vede bene, ha problemi di pressione, di memoria, soffre di depressione e di manie persecutorie. Ogni mattina si mette al lavoro, ma ha perso la misura, il tocco, la capacità di scegliere le parole giuste. È verboso, retorico e noioso: lo sa, ma non sa più come uscirne. Se si guarda allo specchio quasi non si riconosce. Ancora un anno e si sparerà in bocca. Adios Hemingway.

Adios Hemingway è anche il titolo del romanzo di Leonardo Padura in cui per la prima volta un autore cubano racconta «l’equivoco» Hemingway e non la sua agiografia. C’è voluto il nuovo secolo perché ciò avvenisse. I quarant’anni e passa dalla morte si sono rivelati impietosi per l ’immagine pubblica e private dello scrittore: mitomane, millantatore, sadico, esibizionista, egoista, alcolizzatoMa non hanno risparmiato neppure la rivoluzione castrista e il Fidel Mentira barbuda, barba bugiarda: una satrapia e non una democrazia, il sogno egalitario che si rivela un incubo concentrazionario, repressione e non diritti civili. Così, se quello umanamente non è più un blasone di cui potere andare fieri, questa non è più un’insegna da sventolare con fierezza. E tanto vale, allora, che ciascuna vada per la sua strada.

Opera di finzione e non biografia o saggio critico, il libro di Padura mette in scena il ritrovamento, alla fine degli anni Novanta, nel giardino della Finca Vigìa - la casa di Hemingway trasformata in museo l’anno successivo alla sua morte - di ciò che resta di un cadavere assassinato negli anni Cinquanta, al suo fianco un’insegna dell’Fbi. Nelle indagini viene coinvolto un ex poliziotto, Mario Conde, che ha abbandonato la carriera per correre dietro ai suoi sogni di scrittore. E Conde accetta di indagare perché ciò gli permette di regolare i conti intellettuali con chi tanto lo influenzò ai tempi dell’apprendistato letterario, e quelli ideologici con l’icona celebrata a beneficio dei suoi connazionali e dei turisti e in spregio degli odiati yankee, l’Hemingway innamorato di Cuba e dei cubani, cittadino ad honorem e revolucionario in pectore...

Man mano che l’inchiesta procede, Conde trova la conferma di quello che in fondo ha sempre pensato, ma mai ammesso: l’unica cosa sincera del rapporto fra l’isola e lo scrittore è la testa in bronzo voluta e pagata dalla gente di Cojimar per onorarne la memoria, ovvero il saluto di pescatori e marinai a uno di loro. Il primo omaggio postumo che egli ricevette, eppure il meno citato e celebrato...

Tutto il resto è fuffa retorica, a partire dalla Marina destinata al jet-set per finire a quel museo in cui a bordo piscina sono stati persino messi i resti della sua barca, la Pilar. Fuffa retorica che copre la realtà di uno che non si è mai veramente mischiato alla vita dei cubani, non è mai entrato in una casa, partecipato a un ricevimento, frequentato un intellettuale, avuto un’avventura sentimentale, espresso una critica politica o sociale. Uno straniero, insomma.

Padura appartiene a quella frangia di scrittori cubani che da Cuba non se ne sono andati e nei suoi romanzi c’è la vita quotidiana di una nazione troppo impegnata a sopravvivere per avere certezze o nutrire illusioni. Adios Hemingway arriva vent’anni dopo l’interessante e patetico Hemingway a Cuba di Norberto Fuentes. Interessante perché pieno di annotazioni, testimonianze, aneddoti, ricostruzioni. Patetico perché quando il volume uscì Fuentes era ancora un intellettuale organico al regime (se ne sarebbe distaccato, in maniera soft, un decennio dopo), quest’ultimo aveva ancora un suo appeal, l’immagine dello scrittore ancora reggeva e la tesi sostenuta era appunto quella di un Hemingway se non vicino certo non ostile a Castro e alla rivoluzione cubana.

Tesi ardua, non foss’altro perché il governo di Batista era stato quello con cui Hemingway aveva tranquillamente convissuto (gli concesse persino un’onorificenza, e lui accettò), che lo stesso Batista nel 1940 era stato eletto con l’appoggio del Partito comunista, che negli anni Quaranta e Cinquanta la corruzione non impediva la prosperità. Come dirà Guillermo Cabrera Infante: «Cacciammo Batista perché era un criminale e truccava le elezioni. Non per cambiare dittatore». La storia cubana, insomma, è più complessa e il periodo batistiano più sfaccettato della ricostruzione agiografica castrista di Fuentes. Se non lo si capisce, la domanda principale del libro: «Perché Hemingway scelse Cuba al punto di risiedervi così a lungo?» rimane senza risposta. Come infatti accade.

In realtà, l’unica risposta vera è quella del semplice monumento di Cojimar, ovvero emozionale e individuale, il vitalismo non gravato né guastato da complicazioni intellettuali o da preoccupazioni sociali, teso al proprio benessere e alla propria scrittura. all’Hotel Ambos Mundos prima, alla Vigìa (La Vedetta) poi, Hemingway trovò la cornice ideale per dare sfogo a una visione del mondo asociale che irradiava da se stesso e in se stesso si esauriva. Cuba gli permetteva di far finta che l’unico governo di cui dovesse tener conto fosse il proprio, il che, per uno che aveva scritto di «detestare qualsiasi maledetto governo, nessuno escluso», era il massimo. Come primo cittadino stabiliva le regole e le affiliazioni, i divertimenti e le prerogative. C’era l’Ordine Reale dei Mangiatori di Gamberetti («i suoi membri mangiano la testa e la coda»), la liturgia dei daiquiri (il record era 16 in una serata), l’iniziazione alla pesca del marlin, le gare di tiro al piccione, le feste in casa con annessa ubriacatura, le esibizioni come improvvisato domatore di leoni...

Tutto era propedeutico e/o autocompensativo per la scrittura, il fine ultimo. Cuba, la gente di Cuba, i colori di Cuba, il mare di Cuba non furono altro, insomma, che fondali per la sua vita che poi si rispecchiava nella sua opera. La Teraze di Cojimar, la Bodeguita e il Floridita, oggi nomi e luoghi da turismo guidato, rimangono la testimonianza di una passione estrema e di un gusto ingordo per la vita. Ma come icone di un percorso «rivoluzionario», o almeno «sociale», fanno ridere.

Nel romanzo di Padura c’è la ricostruzione di una nuotata nella piscina della Finca Vigìa, durante la quale Ava Gardner, amica e spesso ospite dello scrittore, si esibisce in tutta la sua provocante nudità. È una ricostruzione, se non vera, verosimile: nel 1957, al ricevimento dell’ambasciata britannica per il compleanno della regina Elisabetta, Ernest si era presentato con lei a braccetto. Nell’euforia dei brindisi, l’attrice era saltata su un tavolo, si era sfilata le mutandine e le aveva agitate davanti agli ospiti come fa un toreador con la cappa. Edward Scott, editore dell’Havana Post e fervente suddito di sua Maestà aveva considerato la scena disdicevole e protestato di conseguenza. «Ti spacco in due» aveva replicato Hemingway.

Il suo tramonto cubano fu inizialmente malinconico, poi disastroso. Ma c’era stata anche una lunga primavera, gonfia di certezze e di promesse, quella di un uomo in pieno vigore fisico e creativo, che sull’isola aveva comprato una casa, ormeggiato una barca, cambiato due mogli, scritto molti romanzi. «Io devo scrivere per essere felice, che mi paghino o no» aveva confessato una volta. «Ma è una malattia questa fin dalla nascita. Mi piace farlo. Il che è anche peggio. Perché trasforma la malattia in vizio. Poi voglio farlo ancora meglio di chiunque altro e diventa un’ossessione. Un’ossessione è una cosa terribile». Quando la terapia è anche la malattia, non c’è salvezza. Adios Hemingway.
 
di Stenio Solinas - 11/05/2007 (da "Il Giornale)

giovedì 24 giugno 2010

La guerra del Giappone contro Moby Dick


In Marocco si discute sul bando alla caccia alla balene.Ma il Paese asiatico sfida la comunità internazionale e continua a uccidere cetacei. Ecco perché dal nostro corrispondente FEDERICO RAMPINI

NEW YORK - Nell'ora dell'intervallo, ogni giorno nelle scuole di Ayukawa si ripete un rito feroce. Tutti gli studenti nel cestino della colazione trovano la razione quotidiana di carne di balena. Cruda, in stile sashimi, o fritta come tempura, con salsa di soya o ketchup. Mangiarla non è un obbligo dietetico, è un gesto di patriottismo. Addentando i bocconcini teneri, grassi e nutrienti, quei ragazzi sono al centro di uno scontro di civiltà. È la guerra a oltranza del Giappone contro la messa al bando internazionale della caccia alle balene. Uno scontro che per i giapponesi ha un significato unico, incomprensibile per il resto del mondo: l'ultimo simbolo della loro diversità, la resistenza contro l'omologazione.

Una nazione ricca, civile, con alti livelli d'istruzione, spesso all'avanguardia nella tutela dell'ambiente. Cosa spinge il Giappone a sfidare l'opinione pubblica mondiale, America in testa, per continuare la caccia alle balene? "È nei nostri geni, è un pezzo della nostra cultura". Così risponde da anni l'ultraottantenne Shigehiko Azumi, ex sindaco di Ayukawa, il porto storico delle baleniere giapponesi. Tanti la pensano come lui, una netta maggioranza di giapponesi, senza distinzione di età. Anche quelli che non hanno mai assaggiato un sashimi di balena come quello che servono nell'unico hotel per turisti di Ayukawa.

Questo spiega la battaglia solitaria con cui il governo di Tokyo continua a difendere la caccia alle balene. "Esclusivamente per ragioni di ricerca scientifica", spiega il portavoce del ministero degli Esteri Jiro Okuyama. Questa è la foglia di fico, la fragile finzione a cui si aggrappa la diplomazia nipponica nelle conferenze internazionali 1. Dietro c'è qualcosa di più profondo. È il senso di un'identità perduta, triturata da un secolo di emulazione dell'Occidente.

Per uno scherzo beffardo della storia, il Sol Levante si aggrappa disperatamente a un simbolo che non è suo. Sui manuali di storia a Tokyo non v'è traccia di questa impostura e perfino tra i giapponesi più colti solo pochi osano alzare il velo sulla grande menzogna. Ma la verità è questa: la loro manìa per la carne di balena fu imposta dal generale Douglas MacArthur, il vincitore della guerra del Pacifico, comandante capo delle forze di occupazione americane alla fine della seconda guerra mondiale.

È il paese di "Moby Dick" e del capitano Achab, quello che oggi guida la crociata in difesa dei cetacei, che fu all'origine di questa grottesca finzione. L'equivoco affonda le sue radici nella complicata storia di amoreodio fra i giapponesi e l'Occidente, dall'arrivo della cannoniera del commodoro Perry nel 1852 fino ai nostri giorni. Ayukawa, sulla punta di una penisola nel Giappone nordorientale, è sonnolenta e depressa da molti anni. Quasi una cittàfantasma, costretta a vivere di ricordi.

Sono lontani i tempi in cui la capitale asiatica della caccia alle balene brulicava di attività, era la gemella-rivale asiatica di Nantucket, il porto del New England descritto nel romanzo di Herman Melville. Le navi della "caccia maledetta" continuano a salpare da Ayukawa e la cattura di una sola balena vale 100.000 dollari sul mercato del pesce di Tsukiji a Tokyo. Ma i consumi della carne pregiata sono diminuiti anche sul mercato interno, sono appena un ventesimo rispetto al record storico di 226.000 tonnellate toccato nel 1962. La campagna internazionale per proteggere i grandi mammiferi marini dal 1986 in poi ha spinto Ayukawa verso un lento e penoso declino.

All'avanguardia nella difesa della specie minacciata dall'estinzione, ci sono proprio gli ambientalisti americani. Le loro gesta hanno una risonanza mondiale. "The Cove", il documentario sulla caccia ai delfini in Giappone, è stato premiato con l'Oscar (e subito messo al bando dai cinema giapponesi per le minacce dell'estrema destra). Gli stessi autori del film, guidati dal regista Louie Psihoyos, sono stati i protagonisti di una "coda" spettacolare tre mesi fa. A pochi chilometri da Hollywood, sulla spiaggia californiana di Santa Monica, hanno scoperto un sushi-bar giapponese, The Hump, che serviva carne di balena sfidando il divieto federale. Smascherato dalla troupe con webcam e microfoni, il proprietario ha dovuto chiudere, ora rischia 200.000 dollari di multa e fino a un anno di carcere. Una piccola Pearl Harbor a rovescia, con gli ambientalisti californiani nella parte dei vendicatori. La West Coast degli Stati Uniti è la punta avanzata dell'offensiva contro i "barbari" che vogliono lo sterminio delle balenottere.

Eppure 150 anni fa è proprio l'America il centro mondiale della caccia alle balene. Philip Hoare, biologo e storico, ne ha fatto il centro della sua ricerca monumentale: "The Whale, in Search of the Giants of the Sea". Nel Settecento e nella prima metà dell'Ottocento, ricorda Hoare, "la caccia alle balene e lo sfruttamento industriale delle loro risorse, sono l'equivalente di quello che oggi è il business del petrolio". Prima che l'industria estrattiva faccia dei progressi verso la trivellazione, terrestre e marina, il carburante più usato per le lampade a olio è il grasso dei cetacei. Per Andrew Delbianco, docente alla Columbia University, "è irresistibile l'analogia fra la spietata caccia all'olio delle balene ai tempi di Melville, e l'avidità di petrolio nel XXI secolo".

L'America è l'Arabia Saudita dell'epopea delle baleniere. All'apice del boom, gli Stati Uniti esportano in Europa fino a un milione di galloni all'anno di olio di cetacei. La competizione è così sfrenata da sacrificare la sicurezza. La fine del capitano Achab in "Moby Dick" è ispirata da una vicenda vera, il naufragio della baleniera Essex nel 1820, colpita e affondata da un gigantesco mammifero nel Pacifico meridionale. Il traffico di balene spiega la stessa missione del commodoro Matthew Perry, che al comando della Flotta Nera piega l'isolazionismo giapponese e costringe lo shogunato di Tokugawa ad aprirsi al commercio con l'America. La priorità di Perry è assicurare alle baleniere Usa il libero accesso alle acque del Pacifico orientale e meridionale. In seguito i pescatori giapponesi, ad

Ayukawa e in altri porti, adottano le tecniche americane per la pesca dei cetacei. Ma il consumo locale della carne resta limitato. È solo dopo la seconda guerra mondiale che le cose cambiano. Dopo la resa incondizionata dell'imperatore Hirohito nel 1945, il Giappone distrutto dai bombardamenti (incluse due atomiche) è a corto di ogni risorsa naturale. Raccolti agricoli e allevamenti sono allo stremo. È il generale MacArthur a imporre in tutte le scuole la carne di balena come alimento quotidiano: proteine a buon mercato, le uniche accessibili in quegli anni.

"All'inizio - ricorda lo scienziato ambientale Shuichi Kitoh dell'università di Tokyo - molti giapponesi la trovavano immangiabile". E allora nel paese distrutto dalla guerra il governo fa quello che solo in una civiltà confuciana può sembrare possibile. Paternalismo autoritario e propaganda riescono a "convincere la popolazione che la carne di balena è parte delle nostre tradizioni, un pezzo di cultura nazionale", dice Kitoh. All'inizio degli anni Settanta, quando in Occidente ha inizio la campagna per proteggere le balene, la difesa dell'identità nazionale fa scattare la reazione. Ayako Okubo, ricercatore oceaonografico, non ha dubbi su quel che agita il subconscio dei suoi connazionali, e li rende così refrattari alle pressioni: "Ai giapponesi non piace particolarmente la carne di balena. Ma piace ancora meno sentirsi vietare il consumo dagli stranieri. È uno dei pochi terreni su cui abbiamo la capacità di dire no all'America".

(24 giugno 2010) © Riproduzione riservata

venerdì 18 giugno 2010

Addio a José Saramago


Penso che la società di oggi abbia bisogno di filosofia. Filosofia come spazio, luogo, metodo di riflessione, che può anche non avere un obiettivo concreto, come la scienza, che avanza per raggiungere nuovi obiettivi. Ci manca riflessione, abbiamo bisogno del lavoro di pensare, e mi sembra che, senza idee, non andiamo da nessuna parte

mercoledì 16 giugno 2010

«A torto si lamentan li omini della fuga del tempo, incolpando quello di troppa velocità, non s’accorgendo quello essere di bastevole transito; ma bona memoria, di che la natura ci ha dotati, ci fa che ogni cosa lungamente passata ci pare esser presente.»

Leonardo Da Vinci

martedì 15 giugno 2010

Guppy, il pesce tropicale scoperto in Italia

C'è una eccellenza tutta italiana in alcuni settori della ricerca poco conosciuti dal grande pubblico. Questa galleria è una piccola testimonianza di una passione per l’acquariofilia che mi ha portato a fare una scoperta. Parliamo del "Guppy", nome volgare con cui è conosciuto il Pecilide Poecilia reticulata, uno dei pesci tropicali più commercializzati nel mio hobby (milioni e milioni di esemplari venduti ogni anno in tutto il mondo). Bene, alcune popolazioni stanziali sono state trovate in Italia. Le campionature sono avvenute in tutti i mesi dell’anno, anche in quelli invernali durante i quali teoricamente questi pesci non avrebbero potuto sopravvivere a causa dell’abbassamento della temperatura.
Il fotografo naturalista Emiliano Spada e l'acquariofilo Luca Giuliani documentano in esclusiva il ritrovamento di una popolazione stanziale distribuita nei numerosi canali irrigui che attraversano le campagne di Riminino, frazione del comune viterbese di Canino. Le sorgenti termali della zona, già note in epoca etrusca e romana, sono alla base di questo fenomeno di ambientamento.



http://www.repubblica.it/ambiente/2010/06/15/foto/scoperta_scientifica-4855629/1/?ref=HRESS-7
Solo chi cade offre la vista edificante di rialzare il capo dal fondale sottostante.
Vinicio Capossela

lunedì 14 giugno 2010

La sicurezza è perlopiù una superstizione. Non esiste in natura, né i cuccioli di uomo riescono a provarla. Evitare il pericolo non è più sicuro, sul lungo periodo, che esservi esposti apertamente. O la vita è una avventura da vivere audacemente, oppure è niente.
Helen Keller, The Open Door, 1957
Se potessi esprimerlo con le parole non ci sarebbe nessuna ragione per dipingerlo.
Edward Hopper

venerdì 11 giugno 2010

Qualsiasi cosa cerchi di scrivere* - di Italo Calvino

su Granma del 25/09/2007

Pensando a Che Guevara

Qualsiasi cosa io cerchi di scrivere per esprimere la mia ammirazione per Ernesto Che Guevara, per come visse e per come morì, mi pare fuori tono. Sento la sua risata che mi risponde, piena d'ironia e di commiserazione. Io sono qui, seduto nel mio studio, tra i miei libri, nella finta pace e finta prosperità dell'Europa, dedico un breve intervallo del mio lavoro a scrivere, senza alcun rischio, d'un uomo che ha voluto assumersi tutti i rischi, che non ha accettato la finzione d'una pace provvisoria, un uomo che chiedeva a sè e agli altri il massimo spirito di sacrificio, convinto che ogni risparmio di sacrifici oggi si pagherà domani con una somma di sacrifici ancor maggiori.

Guevara è per noi questo richiamo alla gravità assoluta di tutto ciò che riguarda la rivoluzione e l'avvenire del mondo, questa critica radicale a ogni gesto che serva soltanto a mettere a posto le nostre coscienze.

In questo senso egli resterà al centro delle nostre discussioni e dei nostri pensieri, così ieri da vivo come oggi da morto. E' una presenza che non chiede a noi né consensi superficiali né atti di omaggio formali; essi equivarrebbero a misconoscere, a minimizzare l'estremo rigore della sua lezione. La "linea del Che" esige molto dagli uomini; esige molto sia come metodo di lotta sia come prospettiva della società che deve nascere dalla lotta. Di fronte a tanta coerenza e coraggio nel portare alle ultime conseguenze un pensiero e una vita, mostriamoci innanzitutto modesti e sinceri, coscienti di quello che la "linea del Che" vuol dire -una trasformazione radicale non solo della società ma della "natura umana", a cominciare da noi stessi- e coscienti di che cosa ci separa dal metterla in pratica.

La discussione di Guevara con tutti quelli che lo avvicinarono, la lunga discussione che per la sua non lunga vita (discussione-azione, discussione senz'abbandonare mai il fucile), non sarà interrotta dalla morte, continuerà ad allagarsi. Anche per un interlocutore occasionale e sconosciuto (come potevo esser io, in un gruppo d'invitati, un pomeriggio del 1964, nel suo ufficio del Ministero dell'Industria) il suo incontro non poteva restare un episodio marginale. Le discussioni che contano sono quelle che continuano poi silenziosamente, nel pensiero. Nella mia mente la discussione col Che è continuata per tutti questi anni, e più il tempo passava più lui aveva ragione.

Anche adesso, morendo nel mettere in moto una lotta che non si fermerà, egli continua ad avere sempre ragione.

*ottobre 1967

lunedì 7 giugno 2010

I settant'anni di Guccini

"E pensare che non volevo scrivere"Incontro con il cantautore che il prossimo 14 giugno festeggia il compleanno. "Già a 50 anni mi resi conto che mi restava da vivere meno di quanto avevo vissuto"dal nostro inviato GINO CASTALDO

PAVANA - Arrivare a Pavana, la leggendaria, il luogo prescelto da Francesco Guccini per il suo buen retiro, da almeno dieci anni, è come attraversare una selva di profili scoscesi e strade morbidamente tortuose. Da lì, Guccini torreggia, settant'anni portati con orgoglio da montanaro. "Ma attenzione, non li ho mica ancora compiuti" borbotta col suo burbero sorriso, "manca ancora qualche giorno al 14 giugno". Nell'ingresso della casa un grande tavolo contiene di tutto, vecchi fumetti, fogli sparsi, libri, riviste. Dalla cucina, di sapore antico, si vede una verdissima valle che degrada con dolcezza: "In fondo questa è la vera differenza tra me e la maggior parte degli altri cantautori" spiega, "De André, che era mio coetaneo, veniva dalla buona borghesia genovese, gli altri comunque da un ambiente cittadino, urbano, io vengo da qui, dalla campagna, dalla montagna".

A proposito di De André. Eravate legati?

"Sì, avevamo anche progettato di fare qualcosa insieme, magari un tour, lui voleva, anche se un po' si scherniva, diceva: ma no tu parli tanto nei concerti, io per niente, ma l'avremmo fatto, avevamo voglia. Poi i manager che per natura sono sempre più sospettosi, si misero di traverso. Io Fabrizio l'avevo conosciuto, a Bologna, nel 1967, avevamo amici comuni, mi ricordo che io gli cantai Per quando è tardi. Lui invece un po' si vergognava, poi cantò molto. Da allora ci siamo sempre sentiti, da qualche parte ho mille lire con la sua firma perché ho vinto una partita di scopa testa a testa. Lui era più legato ai francesi, a Brassens, io più a Dylan. Il primo disco, Freewheelin, me lo passò uno dell'Equipe 84, ma io all'inizio non ero così interessato a scrivere, non ero neanche iscritto alla Siae. Il primo disco non lo firmai neanche, i pezzi erano firmati "Pontiak-Verona", Auschwitz era firmata "Lunero-Vandelli", ma erano tutte mie. Poi le abbiamo corrette, ma non tanto tempo fa".

I settant'anni arrivano come una campana dolente. Ci si sente più soli, nel senso che molti amici non ci sono più?

"Per forza. Da poco è scomparso Renzo Fantini, mio grande amico, è stato da sempre il mio manager, era carismatico, e poi era onesto, in un ambiente che diciamo pure non brilla per questa qualità. Lui fu folgorato come Saulo sulla via di Damasco. All'epoca lavorava con Nilla Pizzi, Sandro Giacobbe, e per caso Victor Sogliani, dell'Equipe 84, era il 1975, mi disse 'ma tu ce l'hai un manager?'. Io no, non ce l'avevo, ma non facevo concerti. Venne Renzo con Bibi Ballandi, da lì decise di lavorare solo con i cantautori, si separò da Ballandi, e così cominciò la storia. E comunque già a cinquant'anni mi resi conto tragicamente che gli anni che mi restavano da vivere erano meno di quelli avevo già vissuto, figurarsi ora. Ma non ci penso tanto, solo quando sento dei limiti. L'altro giorno sono andato al mulino, era la casa dei miei nonni dove abitavo da piccolo, c'è una mulattiera che scende giù, guardavo i sassi, attento a non inciampare. C'è il fiume, una volta lo passavo saltando di sasso in sasso, ora certo no. C'è anche il lago, d'estate si stava là, lo attraversavo tutto e tornavo indietro, ora faccio sì e no cinque metri, ma ancora mi tuffo, anche se l'acqua è gelida. Però notavo una cosa, da giovane facevo i concerti seduto, ora li faccio in piedi, sono proprio un coglione..."

E perché da seduto, un tempo?

"Perché ero abituato a non fare concerti veri e propri, ho cominciato a suonare in pubblico all'osteria delle Dame, quindi stavo seduto, poi arrivò Flaco, eravamo solo in due, e stavamo seduti".

Vecchioni ha scritto che la sostanza delle sue canzoni è il dubbio.

"Non sempre, ma è vero che nelle mie canzoni ci sono molte domande, ma non in tutte, vedi La locomotiva. Poi sì, in canzoni come Il pensionato, e Shomér Ma Mi Lailah, un inno al dubbio. Di certo ora so solo che non sono più giovane. Ho delle canzoni nuove, una è l'ennesima Canzone di notte, la numero 4, credo, e lì un po' parlo dell'età. L'anno scorso feci un concerto a Montalcino, il 13 giugno, la sera dopo festeggiammo, presi la parola per un brindisi, dissi: 'A una persona nata il 14 giugno che nessuno dimenticherà...'. Tutti pensavano che parlassi di me, e invece conclusi: 'a Che Guevara, che è nato il mio stesso giorno'".

Dopo 45 anni è cambiata la sua visione della musica?

"No, io la vedo ancora così la canzone: un signore che si mette lì, ha delle idee per la testa e vuole manifestarle. Poi per carità ci sono prodotti artigianali ottimi, ma io parlo delle canzoni dei cantautori. Oggi sento molte canzoni, non dico brutte, ma inutili, che forse è peggio. Tempo fa dissi dei talent che in mancanza di altro poteva essere un'occasione per emergere, e tutti a dire: 'ecco Guccini apprezza questi programmi'. Mica vero, le case discografiche sono in crisi, ma pensa che io il primo disco Folk beat n.1, l'ho fatto nel 1966, ma il primo di un certo successo è stato Radici del 1972 e in mezzo ci sono stati altri tre long playing. Ora sembra essere tornati agli anni Cinquanta, c'erano belle voci, ma i testi a volte erano ridicoli, ora c'è più abilità, arrivano più preparati, ma non c'è niente dentro. Paoli anche quando cantava Il cielo in una stanza si sentiva che c'era qualcosa dietro, anche se era una canzone d'amore, De Andrè fece delle altre cose, ironiche, serie, io cantavo Auschwitz....

Ricorda quando l'ha incisa?

"Certo. C'erano ancora i tecnici col camice bianco, venne fuori questo signore anziano, o almeno mi sembrava allora, avrà avuto neanche 50 anni, mi disse: 'senta ma è lei che ha fatto questa canzone? Bene le do un consiglio, se vuole continuare a fare questo mestiere, allora cambi genere che con questa roba andrà poco lontano'".

(07 giugno 2010) © Riproduzione riservata

venerdì 28 maggio 2010

Dagli occhi di un bambino decollano gli aeroplani.

Dagli occhi di un bambino decollano gli aeroplani.

Se chiudesse gli occhi cadrebbero.
Solo il suo stupore li mantiene sospesi,
la sua piccola mano li innalza,
il suo cuore li muove e li allontana.
Senza un bambino appiccicato ai vetri,
alle alte ringhiere di una terrazza adulta
gli aeroporti morirebbero d’orrore.
Un bambino non potrà mai pronunciare la parola “aeronautica”,
ma da lui dipenderà l’imitazione dell’uccello.
Un bambino non saprà calcolare le distanze,
ma è lui la garanzia del ritorno.
Ogni aeroporto deve avere un bambino incollato ai vetri,
accanto agli altoparlanti, dovunque si acquatti
la paura.
Grazie a lui durerà meno lacrime il rientro di tutti,
dorrà meno baci l’addio delle madri
e le hostess potranno prescindere da avvisi insulsi.

Un aeroplano per aria
sono molti bambini che guardano l’orizzonte.


Alexis Diaz Pimienta

giovedì 27 maggio 2010

Il ruolo degli intellettuali

21 Maggio 2010
Ermesto Morales – Reinaldo, a volte mi capita di pensare al ruolo degli intellettuali nella nostra società. Ascolto le canzoni di musicisti che potremmo definire di protesta, leggo la letteratura di alcuni scrittori che narrano la realtà quotidiana e mi faccio una domanda: In quale misura gli artisti, gli uomini di pensiero, hanno influenzato in maniera determinante la nostra realtà e fino a quale punto sono stati soltanto cronisti che descrivono cosa succede, senza mai andare oltre? Nel vostro caso, quale sarà il risultato concreto dei blog che scrivete e dello spazio che si fa chiamare blogosfera alternativa? Quale sarà la vera influenza sulla realtà di quel che state facendo?

Reinaldo Escobar – Sto per fare un esempio che può sembrare esagerato, ma illustra molto bene ciò che credo. Bada bene, non si tratta di un esempio tra persone, ma tra situazioni. José Martí è l’Apostolo dell’indipendenza cubana. L’uomo che costruì nella sua mente la nazione che tutti - un giorno o l’altro - vorremmo avere. Tuttavia, mi sono sempre chiesto quanti uomini che cavalcavano con un machete in mano e parteciparono con lui alla guerra, abbiano letto un suo testo. José Martí scriveva sul periodico Patria e su La Nación di Buenos Aires, tra i tanti media con cui collaborava, ma questi giornali non si vendevano nelle edicole cubane. La sua opera è stata conosciuta soltanto dopo. Ma qualcuno potrebbe negare l’enorme influenza che ebbe Martí nel raggiungimento dell’indipendenza e nella guerra del 95? Quindi, il fatto che le persone non conoscano in modo chiaro il tuo lavoro non implica che quel che fai non influenzi la situazione. Faccio questo esempio perché sono convinto che oggi molte persone leggono i giornalisti indipendenti e i blogger alternativi, attingendo briciole di libertà. Di sicuro molte più persone di quante alla fine del 1800 leggessero i testi di Martí.

Poi ti dico che in certi casi si esalta eccessivamente il ruolo degli intellettuali nei cambiamenti sociali. Io penso che gli intellettuali sono una coscienza critica della società, che hanno un ruolo importantissimo, ma che non possono provocare il cambiamento definitivo. La società cambia perché deve farlo, perché esistono i problemi, le persone si stancano di vivere in un certo modo e prima o dopo arrivano le soluzioni. La responsabilità che hanno gli intellettuali è innegabile, ma questo non vuol dire che senza di loro non accadrebbero le cose. Che Guevara scrisse nel 1962 un testo di cui si parla molto, un saggio intitolato L’uomo e il Socialismo a Cuba. Quando parla degli intellettuali cubani, dice che erano macchiati da un peccato originale: non erano stati rivoluzionari. Un’accusa che non è del tutto falsa, perché in definitiva i redattori della rivista Origines, Alejo Carpentier, Guillén (che si trovava in esilio) e Alicia Alonso non fecero niente in maniera diretta né per la Rivoluzione né contro Batista. Ma facevano qualcosa di molto importante: nutrivano l’anima della nazione. Non avevano scritto parole incendiarie, né sparato un colpo sulla Sierra Maestra, ma erano ugualmente importanti, perché una nazione con un’anima ben nutrita non sopporta una dittatura... Per molto tempo ho visto in questa accusa di Che Guevara un valido argomento, ma oggi quando tento di stabilire un’analogia tra questa dittatura che abbiamo e la precedente nella quale gli intellettuali non parteciparono alla lotta, la prima cosa che mi dico è: Reinaldo, tu non devi pensare come Che Guevara. Non sarò certo io a dire che gli intellettuali si stanno macchiando del peccato originale di sempre perché non lottano contro chi dovrebbero. Quando vado a vedere una buona opera di teatro, di danza, oppure quando mi reco a un grande concerto, mi rendo conto che un artista sta gratificando un individuo, sta trasmettendo valori umani alle persone, sta dicendo a chi ascolta: Tu sei un individuo, anche se non parla delle difficoltà e non si esprime contro la dittatura, secondo me sta compiendo un’azione contestatrice. Perché una dittatura non funziona se esistono individui, esseri umani liberi, ma va avanti solo con gente meccanizzata e priva di un’individualità, di una vera e propria anima. Secondo me è sufficiente che gli artisti e gli intellettuali alimentino la sensibilità individuale, soltanto in questo modo staranno facendo quello che è nella loro responsabilità.



Ernesto Morales

ernestomorales@gmail.com

Traduzione di Gordiano Lupi

Da: Oblò Cubano
http://www.tellusfolio.it/index.php?prec=/index.php?lev=65&cmd=v&lev=65&id=11072

Noi contro la legge


di Umberto Eco
Le norme sulle intercettazioni. Il controllo dei tg della tv pubblica. E prima il lodo Alfano, i tagli alla scuola... Berlusconi trasforma le istituzioni un passo dopo l'altro, con lentezza. Perché i cittadini assorbano i cambiamenti come naturali. Così al colpo di Stato si è sostituito lo struscio di Stato

È nota la definizione della democrazia come sistema pieno di difetti ma di cui non si è ancora trovato nulla di meglio. Da questa ragionevole assunzione discende, per la maggior parte della gente, la convinzione errata che la democrazia (il migliore o il meno peggio dei sistemi di governo) sia quello per cui la maggioranza ha sempre ragione. Nulla di più falso. La democrazia è il sistema per cui, visto che è difficile definire in termini qualitativi chi abbia più ragione degli altri, si ricorre a un sistema bassamente quantitativo, ma oggettivamente controllabile: in democrazia governa chi prende più consensi. E se qualcuno ritiene che la maggioranza abbia torto, peggio per lui: se ha accettato i principi democratici deve accettare che governi una maggioranza che si sbaglia.

Una delle funzioni delle opposizioni è quella di dimostrare alla maggioranza che si era sbagliata. E se non ce la fa? Allora abbiamo, oltre a una cattiva maggioranza, anche una cattiva opposizione. Quante volte la maggioranza può sbagliarsi? Per millenni la maggioranza degli uomini ha creduto che il sole girasse intorno alla terra (e, considerando le vaste aree poco alfabetizzate del mondo, e il fatto che sondaggi fatti nei paesi più avanzati hanno dimostrato che moltissimi occidentali ancora credono che il sole giri) ecco un bel caso in cui la maggioranza non solo si è sbagliata ma si sbaglia ancora. Le maggioranze si sono sbagliate a ritenere Beethoven inascoltabile o Picasso inguardabile, la maggioranza a Gerusalemme si è sbagliata a preferire Barabba a Gesù, la maggioranza degli americani sbaglia a credere che due uova con pancetta tutte le mattine e una bella bistecca a pasto siano garanzie di buona salute, la maggioranza si sbagliava a preferire gli orsi a Terenzio e (forse) si sbaglia ancora a preferire "La pupa e il secchione" a Sofocle. Per secoli la maggioranza della gente ha ritenuto che esistessero le streghe e che fosse giusto bruciarle, nel Seicento la maggioranza dei milanesi credeva che la peste fosse provocata dagli untori, l'enorme maggioranza degli occidentali, compreso Voltaire, riteneva legittima e naturale la schiavitù, la maggioranza degli europei credeva che fosse nobile e sacrosanto colonizzare l'Africa.

In politica Hitler non è andato al potere per un colpo di Stato ma è stato eletto dalla maggioranza, Mussolini ha instaurato la dittatura dopo l'assassinio di Matteotti ma prima godeva di una maggioranza parlamentare, anche se disprezzava quell'aula «sorda e grigia». Sarebbe ingiusto giocare di paradossi e dire dunque che la maggioranza è quella che sbaglia sempre, ma è certo che non sempre ha ragione. In politica l'appello alla volontà popolare ha soltanto valore legale ("Ho diritto a governare perché ho ricevuto più voti") ma non permette che da questo dato quantitativo si traggano conseguenze teoriche ed etiche ("Ho la maggioranza dei consensi e dunque sono il migliore").

In certe aree della Sicilia e della Campania i mafiosi e i camorristi hanno la maggioranza dei consensi ma sarebbe difficile concluderne che siano pertanto i migliori rappresentati di quelle nobilissime popolazioni. Recentemente leggevo un giornalista governativo (ma non era il solo ad usare quell'argomento) che, nell'ironizzare sul caso Santoro (bersaglio ormai felicemente bipartisan), diceva che costui aveva la curiosa persuasione che la maggioranza degli italiani si fosse piegata di buon grado a essere sodomizzata da Berlusconi. Ora non credo che Berlusconi abbia mai sodomizzato qualcuno, ma è certo che una consistente quantità di italiani consente con lui senza accorgersi che il loro beniamino sta lentamente erodendo le loro libertà. Erodere le libertà di un paese significa di solito mettere in atto un colpo di Stato e instaurare violentemente una dittatura. Se questo avviene, gli elettori se ne accorgono e, se pure non hanno la forza di zione di colpo di Stato che è con lui cambiata. Al colpo di Stato si è sostituito lo struscio di Stato. All'idea di una trasformazione delle strutture dello Stato attraverso l'azione violenta il genio di Berlusconi è stato ed è quello di attuarle con estrema lentezza, passettino per passettino, in modo estremamente lubrificato.

Pensate alla inutile violenza con cui il fascismo, per fare tacere la voce scomoda di Matteotti, ha dovuto farlo ammazzare. Cose da medioevo. Non sarebbe bastato pagargli una buona uscita megagalattica (e tra l'altro non con i soldi del governo ma con quelli dei cittadini che pagano il canone)? Mussolini era davvero uomo rozzissimo. Quando una trasformazione delle istituzioni del Paese avviene passo per passo, e cioè per dosi omeopatiche, è difficile dire che ciascuna, presa di per sé, prefiguri una dittatura - e infatti quando qualche cassandra lo fa viene sbertucciata. Il fatto è che per un nuovo populismo mediatico la stessa dittatura è un sistema antiquato che non serve a nulla. Si possono modificare le strutture dello Stato a proprio piacere e secondo il proprio interesse senza instaurare alcuna dittatura.

Si può dire che il lodo Alfano prefiguri una tirannia? Sciocchezze. E calmierare le intercettazioni attenta davvero alla libertà d'informazione? Ma suvvia, se qualcuno ha delitto lo sapranno tutti a giudizio avvenuto, e l'evitare di parlare in anticipo di delitti solo presunti rispetta se mai la privatezza di ciascuno di noi. Vi piacerebbe che andasse sui giornali la vostra conversazione con l'amante, così che lo venisse a sapere la vostra signora? No, certo. E se il prezzo da pagare è che non venga intercettata la conversazione di un potente corrotto o di un mafioso in servizio permanente effettivo, ebbene, la nostra privatezza avrà bene un prezzo. Vi pare nazifascismo ridurre i fondi per la scuola pubblica? Ma dobbiamo risparmiare tutti, e bisogna pur dare l'esempio a cominciare dalle spese collettive. E se questo consegna il paese alle scuole private? Non sarà la fine del mondo, ce ne sono delle buonissime. È stalinismo rendere inguardabili i telegiornali delle reti pubbliche? No, se mai le vecchie dittature facevano di tutto per rendere la radio affettuosissima. Ma se questo va a favore delle reti private? Beh, vi risulta che Stalin abbia mai favorito le televisioni private?

Ecco, la funzione dei colpi di Stato striscianti è che le modificazioni costituzionali non vengono quasi percepite, o sono avvertite come irrilevanti. E quando la loro somma avrà prodotto non la seconda ma la terza Repubblica, sarà troppo tardi. Non perché non si potrebbe tornare indietro, ma perché la maggioranza avrà assorbito i cambiamenti come naturali e si sarà, per così dire, mitridatizzata. Un nuovo Malaparte potrebbe scrivere un trattato superbo su questa nuova tecnica dello struscio di Stato. Anche perché di fronte a essa ogni protesta e ogni denuncia perde valore provocatorio e sembra che chi si lamenta dia corpo alle ombre.

Pessimismo globale, dunque? No, fiducia nell'azione benigna del tempo e della sua erosione continua. Una trasformazione delle istituzioni che procede a piccoli passi può non avere tempo per compiersi del tutto, a metà strada possono avvenire smandrappamenti, stanchezze, cadute di tensione, incidenti di percorso. È un poco come la barzelletta sulla differenza tra inferno tedesco e inferno italiano. In entrambi bagno nella benzina bollente al mattino, sedia elettrica a mezzogiorno, squartamento a sera. Salvo che nell'inferno italiano un giorno la benzina non arriva, un altro la centrale elettrica è in sciopero, un altro ancora il boia si è dato malato… Tagliare la testa al re o occupare il Palazzo d'Inverno è cosa che si fa in cinque minuti. Avvelenare qualcuno con piccole dosi d'arsenico nella minestra prende molto tempo, e nel frattempo chissà, vedrà chi vivrà. Per il momento, resistere, resistere, resistere.

(27 maggio 2010)

Il falso dilemma della transizione cubana

Da: El Pais - 25 Maggio 2010

Negli ultimi giorni varie istituzioni e personalità della cultura insulare hanno reagito contro la Piattaforma Spagnola per la Democratizzazione di Cuba, promossa da oltre 60 scrittori e artisti spagnoli, critici del sistema politico cubano, esponenti delle più svariate tendenze ideologiche. Le reazioni possono essere lette su La Jiribilla, settimanale telematico del Ministero della Cultura, uno dei principali apparati ideologici dello Stato cubano.

Il castrismo attacca gli artisti e gli scrittori spagnoli che hanno firmato a favore della democrazia a Cuba.

Questi intellettuali - colpevoli di aver espresso opinioni su quel che succede in un paese del mondo - si sono presi accuse di “ingerenza” e “aggressione”, aggettivi denigratori come “fascisti”, “franchisti” e “reazionari”, infine la diversità ideologica dei firmatari della Piattaforma è stata definita “Operazione Asnar”. Certe risposte forniscono un aiuto prezioso al dibattito su Cuba: offrono una spiegazione del perché il governo di Raúl Castro non intraprende la strada delle riforme promesse durante i primi mesi del suo mandato.

Nascosta tra una serie di affermazioni contraddittorie come “Cuba è già cambiata mezzo secolo fa”, “sta cambiando tutti i giorni”, “cambierà quando finirà l’embargo”, compare la spiegazione che il Governo non ha dato: le riforme non si realizzano perché concedere diritti civili, economici e politici alla popolazione vorrebbe dire consegnare un’arma al “nemico” che ne approfitterebbe per distruggere la Rivoluzione, ritornare alla dipendenza dagli Stati Uniti e restaurare il capitalismo.

Il nemico, un mostro creato dall’ideologia ufficiale, è un’idra dalle mille teste (l’opposizione interna, la dissidenza socialista, gli esiliati, Miami, gli Stati Uniti, l’Unione Europea, il Gruppo Prisa, El País, la CNN, El Nuevo Herald, Letras Libres, la destra latinoamericana...) che miracolosamente agisce come un’entità razionale, con un’agenda perfettamente strutturata e coordinata. Dovremo prima rispondere alla domanda: chi è il nemico? Per poi farci un’idea approssimata della sua perversa missione.

Chi è il nemico? Yoani Sánchez e i giovani blogger che raccontano in maniera critica il difficile quotidiano dei cubani sull’isola? Le Dame in Bianco, che chiedono solo di marciare in silenzio dopo aver assistito a una messa e aver pregato per la salute dei loro sposi e dei figli prigionieri? Oswaldo Payá, Elizardo Sánchez, Vladimiro Roca, Martha Beatriz Roque, Manuel Cuesta Morúa o gli altri leader dell’opposizione interna, che difendono la transizione pacifica, la riconciliazione nazionale, e denunciano ogni violazione dei diritti umani che si verifica sull’isola?

Chi è il nemico? Carlos Alberto Montaner o i vari leader socialdemocratici, democristiani, socialisti o liberali dell’esilio che da decenni promuovono un cambiamento concordato, senza escludere gli stessi membri dell’attuale classe politica cubana? Il Governo di Barack Obama, che ha eliminato le sanzioni del 2004 e ha ricominciato il dialogo migratorio con il Governo cubano, ma crede che per togliere l’embargo commerciale sia necessario che L’Avana intraprenda le riforme promesse? L’Unione Europea, che pure ha eliminato le sanzioni del 2004, ma che rimane divisa sull’opportunità o meno di riproporre la posizione comune del 1996?

Chi è il nemico? Miami, dove solo negli ultimi mesi - e grazie alla mediazione di Obama - si sono esibiti La Charanga Habanera, Los Van Van, il duo Buena Fe e Carlos Varela e da dove passano costantemente poeti, romanzieri, drammaturghi, pittori e attori cubani? Dove hanno tenuto conferenze lo storico Eduardo Torres Cuevas, direttore della Biblioteca Nazionale di Cuba, il politologo Rafael Hernández, direttore della principale rivista di scienze sociali dell’isola, e due premi nazionali della letteratura cubana, Antón Arrufat e Abelardo Estorino? Miami, la città che invia oltre mille milioni di dollari in rimesse all’isola e che sostiene maggiormente la riunificazione familiare?

Cosa desiderano i “nemici”? Distruggere la Rivoluzione? Nessuno degli attori politici indicati difende lo scontro o la violenza come metodo politico e nessuno ritiene che oggi esista ancora una “rivoluzione”. Tutti pensano che la Rivoluzione è stata un fenomeno storico che ebbe luogo tra la fine degli anni Cinquanta e il principio dei Settanta, la cui eredità è tema di dibattito tra gli storici. Quel che pensano davvero questi “nemici” è che il sistema politico che è derivato da quella Rivoluzione - partito unico, economia statale, controllo della società civile - è incapace di rappresentare in maniera equa i complessi interessi della società cubana del XXI secolo.

Cosa desiderano i nemici? Annettere Cuba agli Stati Uniti? Creare uno Stato dipendente o semisovrano, come quello esistito tra il 1902 e il 1934? Nessuno dei programmi politici delle più conosciute e prestigiose organizzazioni dell’opposizione e dell’esilio cubano popone simili assurdità. Tutti gli attori politici che abbiamo detto, incluso gli Stati Uniti, l’Unione Europea o qualunque leader dell’America Latina che simpatizzi con la transizione cubana, aspirano a preservare l’autodeterminazione dell’isola.

Cosa desiderano i “nemici”? Restaurare il capitalismo? Il capitalismo è già stato restaurato a Cuba, soltanto che l’unica impresa autorizzata a sfruttare il lavoro salariato, trarre plusvalore e spartire i guadagni con i suoi soci del capitale straniero è lo Stato. Le principali entrate di un simile Stato provengono dall’economia del mercato globale, quindi il conflitto cubano non è tra chi vuole preservare il socialismo e chi vuol tornare al capitalismo, ma tra chi vuole conservare l’attuale capitalismo autoritario di Stato e chi vuole democratizzarlo.

I desideri del “nemico” non sono molto lontani, a quanto pare, da quelli della maggioranza dei cittadini dell’isola. A giudicare da quel che ha espresso la base del Partito Comunista, i “rivoluzionari” cubani, anche se votano alle elezioni e sfilano il 1° Maggio, vogliono poter uscire ed entrare dal loro paese senza il permesso del Governo, avere diritto alla piccola e media impresa privata, accedere liberamente all’informazione nazionale e internazionale, associarsi ed esprimersi con maggior autonomia.

Non è vero che il Governo di Raúl Castro non realizza le riforme perché vuol proteggere il popolo dai suoi nemici, ma perché non vuol cedere il suo vecchio e atrofizzato potere. La distruzione della Rivoluzione, la perdita della sovranità dell’isola o la restaurazione del capitalismo non sono minacce reali. Sono finzioni concepite per posporre, una volta di più, il cambiamento che serve alla maggior parte dei cubani, persino a chi fa parte dell’attuale Governo. Un cambiamento la cui necessità è decisa dalla mancanza di corrispondenza tra la società pluralista dell’isola, la diaspora e la costruzione totalitaria del sistema politico cubano.



Rafael Rojas*

(da El País, 24 maggio 2010)

Traduzione di Gordiano Lupi


* Rafael Rojas è uno storico cubano esiliato in Messico. Ha conseguito il Premio di Saggistica “Isabel Polanco” con Repúblicas de aire.

Generación Y

24/5/2010

Fucilazione mediatica

YOANI SANCHEZ

Mi pettino i capelli. Non si festeggia niente oggi, sarebbe meglio che me li lasciassi arruffati e opachi invece di disporli su tre fila che intreccio secondo una logica ben precisa. Il rito della pettinatura mi placa l’ansia e alla fine la mia testa è in ordine, mentre il mondo continua a essere agitato.

Ho vissuto un fine settimana da capogiro e ho pensato che il rituale di sistemare la capigliatura e ridurla a una lunga treccia avrebbe annullato la tensione, ma non ha funzionato. Venerdì è stato fatto il mio nome durante il noioso programma della tavola rotonda, unito a concetti come “ciberterrorismo”, “cibercommando” e “guerra mediatica”. Essere menzionato in modo negativo nello spazio più ufficiale della televisione, rappresenta per qualunque cubano la conferma della sua morte sociale. Una lapidazione pubblica che consiste nel riempire di improperi chi manifesta idee critiche, senza concedere neppure pochi minuti come diritto di replica.

Gli amici mi hanno chiamato allarmati, temendo che la mia casa fosse piena di uomini che frugano sotto i materassi e dietro ai quadri. Malgrado ciò ho risposto al telefono esibendo il mio tono più gioviale: dimmi chi ti denigra e ti dirò chi sei, ho replicato a chi manifestava la sua preoccupazione. Se ti insultano i mediocri, gli opportunisti, se ti ingiuriano i salariati di un potente meccanismo ormai agonizzante, devi far conto che sia una decorazione… ho mormorato per tutta la notte come se fosse un mantra. Il giorno dopo la realtà continuava a negare il discorso ufficiale e i miei vicini, impegnati a rincorrere uno sfuggente piatto di riso, non avevano avuto né tempo né voglia di guardare una così noiosa montatura televisiva.

Le “fucilazioni mediatiche” non funzionano più, per questo mi chiedo cosa sta succedendo nella nostra realtà. Alcuni anni fa il disprezzo governativo avrebbero prodotto l’effetto di far allontanare tutti da me e dalla mia casa, mentre invece adesso si avvicinano, mi strizzano l’occhio e mi stringono le spalle in segno di complicità. Hanno utilizzato troppe volte la diffamazione come sistema per zittire il prossimo. Per questo motivo gli aggettivi incendiari non hanno più effetto su una popolazione oberata di slogan che non vede risultati. Il balsamo riparatore è arrivato proprio questo sabato. Un argentino è riuscito a far entrare nel paese il trofeo del mio premio Perfil e quasi nello stesso tempo una cilena ha foderato con carta rosa l’edizione spagnola del mio Cuba Libre e gli ha fatto superare la dogana.

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Nota: Yoani Sánchez ha vinto il Premio di Giornalismo Perfil nella categoria Libertà di Espressione. Cuba Libre è stato pubblicato in spagnolo da Radom House-Mondadori ed è attualmente distribuito in Cile, Colombia e Venezuela. L’Italia ha il primato di aver pubblicato per primo il libro di Yoani Sánchez (Rizzoli, 2009), da me tradotto.


martedì 11 maggio 2010

Mentre dormi

Mentre dormi ti proteggo
e ti sfioro con le dita
ti respiro e ti trattengo
per averti per sempre

Oltre il tempo di questo momento
arrivo in fondo ai tuoi occhi
quando mi abbracci e sorridi
se mi stringi forte fino a ricambiarmi l'anima

Questa notte senza luna adesso
vola.. tra coriandoli di cielo
e manciate di spuma di mare
Adesso vola

Le piume di stelle
sopra il monte più alto del mondo
a guardare i tuoi sogni
arrivare leggeri

Tu che sei nei miei giorni
certezza, emozione
Nell'incanto di tutti i silenzi
che gridano vita

sei il canto che libera gioia
sei il rifugio, la passione

Con speranza e devozione
io ti vado a celebrare
come un prete sull'altare
io ti voglio celebrare
come un prete sull'altare

Questa notte ancora vola
tra coriandoli di cielo
e manciate di spuma di mare
Adesso vola

Le piume di stelle
sopra il monte più alto del mondo
a guardare i tuoi sogni
arrivare leggeri

Sta arrivando il mattino
stammi ancora vicino
sta piovendo
e non ti vuoi svegliare
resta ancora resta per favore

e guarda come...
vola tra coriandoli di cielo
e manciate di spuma di mare
Adesso vola

Le piume di stelle
sopra il monte più alto del mondo
a guardare i tuoi sogni
arrivare leggeri

Vola... Adesso vola
Oltre tutte le stelle
alla fine del mondo
vedrai, i nostri sogni diventano veri!

Max Gazzè

lunedì 10 maggio 2010

Gli eroi non invecchiano


Gli 80 anni di Clint Eastwood

Il grande attore e regista compie gli anni il 31 maggio. L'amore per il grande schermo, la scelta dei ruoli, il legame coi sette figli e una richiesta alla moglie: "Per favore, niente festeggiamenti"di ROALD RYNNING

NEW YORK - Il 31 maggio la leggenda del cinema americano compirà 80 anni. A un'età in cui i suoi coetanei in genere se ne sono andati in pensione da un pezzo, Clint Eastwood - con dieci nomination agli Oscar come attore, regista e produttore - non ha alcuna intenzione di seguire le loro orme. Il regista che si è già portato a casa due ambite statuette (un Oscar come regista di "Gli spietati" e l'altro per "Million dollar baby") dirige ancora un film all'anno. Nell'autunno scorso è uscito nelle sale "Invictus", mentre "Hereafter" un supernatural thriller ancora con Matt Damon uscirà a Natale, ed è già nella fase di pre-produzione di "Hoover", biografia del controverso direttore dell'Fbi. Solo negli ultimi dieci anni Eastwood ha diretto nove film tra i quali "Mystic river", "Million dollar baby", "Flags of our fathers" e "Gran Torino."

Festeggerà il compleanno il 31 maggio?
"Già quando si arriva ai 70 succedono un sacco di cose e una di queste è che non si festeggiano più i compleanni. L'ho proibito a mia moglie. Le ho detto espressamente: "Per favore, non voglio festeggiamenti". Non voglio dover aprire un pacchetto e fingere che era proprio quello che desideravo. Non desidero nulla. Al massimo un bicchiere di vino".

La sua carriera copre 55 anni come attore, e come regista ha iniziato "appena" a 60 anni. Qual è il segreto?
"Talvolta i registi non provano neppure a cimentarsi con quello che potrebbe farli crescere ancora. Se fossi tornato dall'Italia negli anni Sessanta per dedicarmi unicamente ai western, mi sarei ritrovato presto fuori dal giro. Il segreto della longevità è uno solo: cambiare, cambiare di continuo e cercare sempre cose nuove con le quali cimentarsi. Finché sarò lucido offrirò al pubblico quello che mi è possibile, che è molto più di quanto io abbia offerto come regista a 40, 50, 60 o 70 anni. Ora mi sento a mio agio in questo ruolo".

Ha paura della morte?
"Non credo. Ho imparato da mia madre che quando una cosa non ti diverte più è giunto il momento di passare ad altro e lasciar perdere".

Perché ha voluto dirigere Hereafter?
"La sceneggiatura era molto bella. Si tratta di un supernatural thriller scritto da Peter Morgan, che ha scritto anche "The Queen" e "Frost/Nixon". La trama è tutto. Poi servono buoni attori: io do sempre molta importanza al casting. Se hai una buona sceneggiature e un buon cast per rovinare il film devi mettercela davvero tutta".

Il suo prossimo film è una biografia su J. Edgar Hoover.
"Sono in quella fase della vita nella quale non si ha voglia di ripetersi. Forse se fossi giovane mi accontenterei. Inoltre non sono attaccato a un genere in particolare, come lo ero forse una quarantina di anni fa...".

Lavora molto velocemente...
"Detesto fare molte prove e varie riprese. Mi piace dirigere come sono stato diretto io, il che significa che mi faccio avanti e faccio vedere come vorrei che fosse interpretata una scena. Se invece non piace come la intendo io, lascio che a parlare siano gli altri e ci si mette d'accordo. In ogni caso non dico mai: "Stai lì, ripeti le battute, anzi facciamolo per 25 volte!". Potrei ammuffire...".

Ha sempre diretto in questo modo?
"No, in realtà così ho iniziato con "Gli spietati". Chiesi a Gene Hackman di ripetere una scena mentre sistemavo la cinepresa. Lui iniziò ed era così meraviglioso che gli dissi: "Fermati! Accendiamo e giriamo subito". Non volevo che andasse sprecata tutta quella freschezza, quella naturalezza".

Che atmosfera si respira sui suoi set?
"Mi piace che regni sempre la tranquillità. Gli assistenti alla regia lavorano in cuffia e auricolare, così che gli attori non si innervosiscono. Non dico nemmeno la parola magica "Azione!". Dico soltanto: "Appena siete pronti, iniziate pure"".

Ha mai rimpianto di aver rifiutato il ruolo di James Bond quando Sean Connery smise di interpretarlo?
"No. Pensavo che 007 dovesse essere inglese. Sono di discendenza britannica, ma non è la stessa cosa. Oltretutto non era proprio un ruolo per il quale avessi un debole".

Come è cambiata secondo lei l'industria del cinema?
"Tutti badano a una cosa sola: gli incassi della prima settimana nelle sale. Sono ossessionati dall'idea di essere quelli che incassano di più. Ma chi se ne frega!".

Non la preoccupano gli incassi?
"Per niente. Voglio girare solo le storie che mi piacciono. Se poi avranno un buon pubblico bene. Ma di sicuro non mi preoccupo: ognuno è libero di apprezzare quello che vuole".

Crede di essere diventato più pacato col tempo?
"Sono più paziente. Penso che dipenda dal fatto che ho avuto tanti figli, ma anche la vecchiaia rende più pacati. Le piccole cose non sono più così importanti come una volta, e non ci si preoccupa più per le bazzecole".

Lei ha sette figli (da cinque donne diverse) e tra il primo e l'ultimo che oggi ha 13 anni corrono 33 anni di differenza. Come ci si sente a essere un padre anziano?
"Essere padri alla mia età è una sensazione magnifica. Pur avendo sempre lavorato molto non ho mai trascurato i miei figli. Vado a ogni partita di calcio di mio figlio, e so di essere per lo meno ridicolo, perché tutti gli altri padri sono molto più giovani di me. Ma è divertente... Alla mia età si apprezzano le cose molto di più".

Di che cosa si occupa quando non lavora?
"Mi piace fare le cose con calma. Gioco a golf quasi tutti giorni e mi piace bere birra Budweiser. La cosa più bella, però, è che mi piaccia ancora lavorare. Credo che sia questo a tenermi giovane: tenere sempre il cervello bene in funzione".

Dopo "Gran Torino" lei ha detto che non tornerà a recitare. La pensa ancora così?
"Beh, non ci sono molte sceneggiature che prevedano attori ottantenni! Oltretutto sono sempre molto impegnato a dirigere per riuscire a interpretare qualche parte ancora. Il mio posto adesso è dietro la telecamera. Senza contare che mi piacerebbe lasciare quando sono al top. Non vorrei essere come uno di quei pugili che continuano a stare sul ring anche quando non combattono al meglio".

Come le piacerebbe essere ricordato?
"La maggior parte delle persone, se mai mi ricorderà, penserà a me come un "action hero". E mi sta bene. Non c'è nulla di male in questo. Ma ci sarà sicuramente anche qualcuno che mi ricorderà per gli altri film, quelli nei quali ho voluto cogliere qualche sfida. O per lo meno mi piace pensarlo".

(© IFA-la Repubblica - Traduzione di Anna Bissanti)

(10 maggio 2010) © Riproduzione riservata

venerdì 7 maggio 2010

Allegretto

Vi prego, salvate la Miosfera di STEFANO BENNI
UN preistorico vulcano islandese erutta e tutto il modernissimo traffico aereo è bloccato. Ma l'Italia sembra far parte di un'altra galassia e pensa solo alle sue piccole beghe. Il fifone schiva-processi dice che la mafia è un'invenzione dei media e Dell'Utri è un cartone animato. Bossi dà la colpa della nube alla crisi monetaria islandese e reclama le banche del Polo Nord.

Bertone è alla ricerca di un'analogia tra i crateri e i sodomiti. Bersani dice, si sciolgano pure i ghiacciai, basta che non si vada al voto. E alla fine il ministro Matteoli se ne esce con una proposta geniale: nessuno viaggi. Abbiamo capito perché è ministro.

Il terremoto di Haiti dopo una settimana è sparito dai media, ma al suo posto impazza una catastrofe ben peggiore: Minzolini e colleghi che si accapigliano sul milione di telespettatori perduti. Intanto abbiamo nuovi sismi in Nuova Guinea Afghanistan e Cina, ma l'argomento è logoro, non interessa più.
E dire che di problemi ambientali ne abbiamo anche noi. La penisola italica sembra snella ma è obesa. Con l'Alta Velocità possiamo schizzare da Roma a Milano in tre ore e due pacchetti di biscottini. Ma attraversarla per il largo da Roma a Cesena è come affrontare il Sahara. I cantieri della Salerno-Reggio Calabria sono patrimonio archeologico, al posto degli autogrill potrebbero avere dei nuraghi. Le autostrade a pagamento sfavillano di asfalto drenante, ma quando piove un terzo delle strade normali frana o è inagibile.

L'acqua sarà il business del futuro, è già pronta la privatizzazione con relativa spartizione. Ci sarà l'acqua Padana, metà Po metà Tevere, perché la Lega ha il cuore a nord ma l'esofago a Roma. Poi avremo Pidiella, l'acqua che combatte la renella e gli avvisi di garanzia. L'Acquafini che fa digerire i magoni e ripristina l'obbedienza. L'acqua Centrorosso, con lieve percentuale alcolica per far finta che le elezioni siano state un trionfo. Infine l'Acqua del sud, che essendo la mafia un'invenzione televisiva, sarà imbottigliata da Maria De Filippi.

In quanto all'aria le nostre città sono avvelenate dallo smog ma è tutto un fiorire di Ecomaratone, Vivilabici, Corricheseisano, Domenica Respira. Una o due volte all'anno migliaia di cittadini in tuta e scarpette testimoniano la loro volontà di sopravvivere. Ma il giorno dopo Domenica Respira c'è già Lunedì Ansima e poi Martedì Strozzati. È uscito anche un decalogo "per attraversare bene una città", come a dire, la colpa non è dell'inquinamento, ma dei cittadini idioti che non sanno respirare. In quanto alla Fiat, ha le auto elettriche pronte ma finché c'è il petrolio mancano le prolunghe.

E tra poco riavremo il nucleare. Verranno costruite solo centrali della moderna terza generazione. Vuole dire che ci devono guadagnare almeno tre grosse industrie. Nessuno ha proposto di costruire una nuova generazione di edifici scolastici, non si guadagna abbastanza.

Tutto questo testimonia che, di fronte a un emergenza ambientale senza precedenti, l'Italia continua a mostrare scarsissima conoscenza e coscienza ecologica. Ci sono singoli parlamentari, associazioni benemerite, comitati di cittadini, qualcuno come Grillo o Vendola che ci sta provando. Ma il partito verde italiano è sempre stata la cenerentola dei partiti verdi europei.

Tutti sentiamo parlare di pale eoliche e pannelli solari, ma le pale restano ferme, e sul fotovoltaico c'è un caos di leggi, di certificazioni improvvisate e di confusione sui costi. Sui nostri tetti l'unica cosa che trionfa è la parabolica.

Camion e navi con rifiuti tossici non hanno smesso un istante di attraversare i nostri territori e il nostro mare. Basta pagare una multa e si riparte. E la nostra prevenzione incendi è al livello di quella degli eschimesi.
Forse c'è una spiegazione. Forse l'Italia si è affezionata all'immagine di qualcosa di sporco, franante, disordinato, e guasto. Le nostre bellezze devono avere un contrappunto fetente, per venire incontro alle aspettative ai turisti. Che infatti fotografano con la stesso interesse i nostri quadri e la spazzatura per strada.

Eppure la parola "pulito" salta fuori in ogni nuovo slogan, iniziativa, e palingenesi. Berlusconi si è promozionato ripulendo una parte di Napoli, poco importa che adesso tutto stia tornando come prima. Le gallerie ferroviarie "ecostabili" della Roma-Bologna hanno distrutto i torrenti dell'Appennino, ma non sentirete mai un'amministrazione rossa protestare per questo scempio. Andate sullo Jonio e vedrete che per un ecomostro abbattuto, un altro sta spuntando.

Chi ci difende da questo massacro mafioso-cementizio? I geologi, i sismologi, i metereologi sono ormai post-esperti. Nel senso che vengono ascoltati solo dopo i disastri. Sarebbe bellissima una trasmissione televisiva in prima serata col titolo "Io l'ho visto" in cui si denunciano i pericoli e i guasti del dissesto idrogeologico e si indica come intervenire subito. Ma i disastrologi devono constatare, non inquietare. E i più furbi tra loro hanno un argomento rassicurante, che garantisce un nuovo passaggio in televisione: dicono "è vero, è un disastro ma è già successo nel 1937". Verrebbe voglia di farsi trovare a letto con la loro moglie dicendo "quello che lei pensa è vero ma non si arrabbi, è già successo nel 1998".

Il vulcano, dicono gli scienziati, non è una malvagia anomalia, ma un motore della biosfera. In questo caso il prefisso "bio" viene usato seriamente: ma ormai non c'è prodotto che non esibisca queste tre lettere come pennacchio. Da biogas si è passati a bioyogurt, biomassaggio, biodentifricio e anche biopannolino per bioculi grandi e piccini. Quando si tratta di vendere, sono tre lettere magiche. Quando però si parla di biosfera, cioè di un organismo che non si può vendere, ma che si dovrebbe difendere dalla sfrenatezza economica, il discorso cambia. Ogni istanza ecologica diventa biochiacchiera apocalittica. E i giapponesi con cinica serietà scientifica ci informano che la crisi totale della biosfera è già in atto, e scommettono chi sul 2013 chi sul 2050. Non è un dubbio cosmico come "chi vincerà lo scudetto", ma varrebbe la pena di rifletterci.
Fortunatamente per i dirigenti italiani le tre lettere sacre non sono bio, ma "mio", la miosfera del privilegio e dell'impunità. Quel vulcano è un rompiballe, che probabilmente ha dentro al cratere un ritratto di Che Guevara. Dimentichiamolo in fretta.

Recentemente Obama ha detto che entro il duemilatrenta l'uomo deve assolutamente andare su Marte. Ci viene un dubbio: lo ha detto per desiderio scientifico o sta preparando un'arca di Noè? Sarebbe bello se l'inevitabile nube islandese ci spingesse a pensare alle nubi evitabili del nostro futuro. Ma la fine del mondo sembra ormai l'ultimo grande spettacolo che ci è rimasto. Non conviene rinviarla, abbiamo già venduto tutti i biglietti.

(20 aprile 2010) © Riproduzione riservata

giovedì 6 maggio 2010

Pehnt

Vecchio, benedetto, Pekisch,
questo non me lo devi fare. Non me lo merito. Io mi chiamo Pehnt, e sono ancora quello che se ne stava sdraiato per terra a sentire la voce nei tubi, come se quella arrivasse davvero, e invece non arrivava. Non è mai arrivata. E io adesso sono qui. Ho una famiglia, ho un lavoro e la sera vado a letto presto. Il martedì vado a sentire i concerti che danno alla Sala Trater e ascolto musiche che a Quinnipak non esistono: Mozart, Beethoven, Chopin. Sono normali eppure sono belle. Ho degli amici con cui gioco a carte, parlo di politica fumando il sigaro e la domenica vado in campagna. Amo mia moglie, che è una donna intelligente e bella. Mi piace tornare a casa e trovarla lì, qualsiasi cosa sia successa nel mondo quel giorno. Mi piace dormire vicino a lei e mi piace svegliarmi insieme a lei. Ho un fïglio e lo amo anche se tutto fa supporre che da grande farà l'assicuratore. Spero che lo farà bene e che sarà un uomo giusto.
La sera vado a letto e mi addormento. E tu mi hai insegnato che questo vuol dire che sono in pace con me stesso. Non c'è altro. Questa è la mia vita. Io lo so che non ti piace, ma non voglio che tu me lo scriva. Perché voglio continuare ad andare a letto, la sera, e addormentarmi.
Ognuno ha il mondo che si merita. Io forse ho capito che il mio è questo qua. Ha di strano che è normale. Mai visto niente del genere, a Quinnipak. Ma forse proprio per questo, io ci sto bene. A Quinnipak si ha negli occhi l'infinito. Qui, quando proprio guardi lontano, guardi negli occhi di tuo figlio. Ed è diverso. Non so come fartelo capire, ma qui si vive al riparo. E non è una cosa spregevole. É bello. E poi chi l'ha detto che si deve proprio vivere allo scoperto, sempre sporti sul cornicione delle cose, a cercare l'impossibile, a spiare tutte le scappatoie per sgusciare via dalla realtà? E proprio obbligatorio essere eccezionali? lo non lo so. Ma mi tengo stretta questa vita mia e non mi vergogno di niente: nemmeno delle mie soprascarpe. C'è una dignità immensa, nella gente, quando si porta addosso le proprie paure, senza barare, come medaglie della propria mediocrità. E io sono uno di quelli.
Si guardava sempre l'infinito, a Quinnipak, insieme a te. Ma qui non c'è l'infinito. E così guardiamo le cose, e questo ci basta. Ogni tanto, nei momenti più impensati, siamo felici.
Andrò a letto, questa sera, e non mi addormenterò. Colpa tua, vecchio, maledetto Pekisch.
Ti abbraccio. Dio sa quanto ti abbraccio.

Pehnt, assicuratore.

(Alessandro Baricco, Castelli di Rabbia)

The Big Kahuna

Goditi potere e bellezza della tua gioventù. Non ci pensare.
Il potere di bellezza e gioventù lo capirai solo una volta appassite.
Ma credimi tra vent'anni guarderai quelle tue vecchie foto.
E in un modo che non puoi immaginare adesso.

Quante possibilità avevi di fronte
e che aspetto magnifico avevi!
Non eri per niente grasso come ti sembrava.

Non preoccuparti del futuro.
Oppure preoccupati ma sapendo che questo ti aiuta quanto masticare un chewing-gum per risolvere un'equazione algebrica.

I veri problemi della vita saranno sicuramente cose che non ti erano mai passate per la mente, di quelle che ti pigliano di sorpresa alle quattro di un pigro martedì pomeriggio.

Fa' una cosa ogni giorno che sei spaventato: canta!

Non essere crudele col cuore degli altri.
Non tollerare la gente che è crudele col tuo.

Lavati i denti.

Non perdere tempo con l'invidia: a volte sei in testa, a volte resti indietro.
La corsa è lunga e, alla fine, è solo con te stesso.

Ricorda i complimenti che ricevi, scordati gli insulti.
Se ci riesci veramente, dimmi come si fa...

Conserva tutte le vecchie lettere d'amore,
butta i vecchi estratti-conto.

Rilassati!

Non sentirti in colpa se non sai cosa vuoi fare della tua vita.
Le persone più interessanti che conosco a ventidue anni non sapevano che fare della loro vita.
I quarantenni più interessanti che conosco ancora non lo sanno.

Prendi molto calcio.

Sii gentile con le tue ginocchia,
quando saranno partite ti mancheranno.

Forse ti sposerai o forse no.
Forse avrai figli o forse no.
Forse divorzierai a quarant'anni.
Forse ballerai con lei al settantacinquesimo anniversario di matrimonio.
Comunque vada, non congratularti troppo con te stesso,
ma non rimproverarti neanche: le tue scelte sono scommesse,
come quelle di chiunque altro.

Goditi il tuo corpo,
usalo in tutti i modi che puoi,
senza paura e senza temere quel che pensa la gente.
E' il più grande strumento che potrai mai avere.

Balla!
Anche se il solo posto che hai per farlo è il tuo soggiorno.

Leggi le istruzioni, anche se poi non le seguirai.
Non leggere le riviste di bellezza:
ti faranno solo sentire orrendo.

Cerca di conoscere i tuoi genitori,
non puoi sapere quando se ne andranno per sempre.
Tratta bene i tuoi fratelli,
sono il miglior legame con il passato
e quelli che più probabilmente avranno cura di te in futuro.

Renditi conto che gli amici vanno e vengono,
ma alcuni, i più preziosi, rimarranno.
Datti da fare per colmare le distanze geografiche e gli stili di vita,
perché più diventi vecchio, più hai bisogno delle persone che conoscevi da giovane.

Vivi a New York per un po', ma lasciala prima che ti indurisca.
Vivi anche in California per un po', ma lasciala prima che ti rammollisca.

Non fare pasticci con i capelli: se no, quando avrai quarant'anni, sembreranno di un ottantacinquenne.

Sii cauto nell'accettare consigli,
ma sii paziente con chi li dispensa.
I consigli sono una forma di nostalgia.
Dispensarli è un modo di ripescare il passato dal dimenticatoio,
ripulirlo, passare la vernice sulle parti più brutte
e riciclarlo per più di quel che valga.

Ma accetta il consiglio... per questa volta.

L'inferno dei viventi

L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

Italo Calvino, Le città invisibili, 1972

mercoledì 7 aprile 2010

Nessuno leggerà Anne Frank in arabo - [ Il Foglio.it › La giornata ]


12 novembre 2009

Ahmadinejad chiama al governo il filosofo che nega l’olocausto
Nessuno leggerà Anne Frank in arabo
Hezbollah bandisce il Diario e lo aggiunge alla lista dei libri proibiti
Beirut è la “capitale mondiale del libro” designata per il 2009 dall’Unesco. Ma vi si potrà leggere il Diario di Anne Frank soltanto in francese (per i cristiani) o in inglese. Nessuno stamperà il diario in farsi o in arabo, per gli sciiti e i sunniti. E tantomeno lo porterà nelle scuole. La traduzione e l’adozione nelle scuole libanesi del celebre Diario di Anne Frank avrebbe rappresentato un passo epocale nel paese dei cedri, che si vanta di essere uno dei paesi arabi “moderati”. In Libano sono a oggi banditi “La scelta di Sophie” di William Styron, “Schindler’s List” di Thomas Keneally, “From Beirut to Jerusalem” di Thomas Friedman, e poi Philip Roth, Saul Bellow e Isaac Singer. In pratica, tutto ciò che parla di ebrei e d’Israele. Così come i film di Jane Fonda, in quanto nel 1982 fece visita a Israele; “Exodus” con Paul Newman e la serie televisiva “The Nanny”, a causa della presenza dell’attrice newyorchese Fran Drescher.

L’organizzazione islamica terroristica Hezbollah, al governo con undici ministri e oltre cento deputati, ha vinto la sua battaglia: Anne Frank non sarà letta dagli studenti musulmani. Da qualche settimana, su Al Manar, il canale di Hezbollah, era stata lanciata una campagna contro la casa editrice che ha pubblicato, in versione mediorientale, la storia della ragazza-simbolo della Shoah. Hezbollah si era rivolto alle autorità giudiziarie perché fossero perseguiti coloro che diffondono il libro. In particolare Aladdin Project, l’editore parigino conosciuto per l’impegno sulla memoria. Naim al Qalaani, del Comitato per il boicottaggio dei beni sionisti, aveva detto che la traduzione del Diario viola le leggi che impediscono rapporti con Israele, votate dopo la guerra del 2006 dal governo.

Da anni la ragazza di Amsterdam è al centro di un abuso terrificante da parte dell’islamismo. Un’immagine di Anne Frank con la kefiah palestinese è stampata ad Amsterdam da gruppi musulmani e una casa di maglieria olandese ne ha tratto una popolare t-shirt. Fra le vignette premiate a Teheran dal regime, una mostra Anne Frank a letto con Hitler, che le dice: “Scrivi di questo nel tuo diario”. Un mese fa, Al Manar era riuscita a far ritirare dalle scuole libri di testo che descrivevano Hezbollah come un’organizzazione terroristica. Ora una scuola privata nella parte occidentale di Beirut rinuncia ad adottare il Diario. Un membro del corpo insegnante, Jimmy Shoufani, comunica che Anne Frank è già stata esclusa dal manuale “Interactive Reader Plus”.

Pochissime le voci di dissenso rispetto a Hezbollah. Il noto saggista libanese Omar Nashabe ha detto che “Anne Frank non è israeliana, fa parte della letteratura mondiale”. Non a caso quest’offensiva di Hezbollah è stata scatenata mentre a Teheran, da cui partono gli ordini per il movimento libanese, il presidente Ahmadinejad ha chiamato al governo, con delega al ministero della Cultura, il “cervello” che sta dietro alla negazione della Shoah da parte del regime iraniano. Si tratta del professore di filosofia Mohammed Ali Ramin, per il quale gli ebrei sono colpevoli anche della propagazione del tifo e della peste.

A settembre, omaggiando il negazionismo di Hamas, i rappresentanti dell’Onu a Gaza avevano cancellato riferimenti allo sterminio degli ebrei nei testi scolastici palestinesi. Il governo palestinese della West Bank, quello dei “moderati” di Fatah, ha invece smantellato l’orchestra “Violini per la pace” di Jenin perché aveva suonato in Israele di fronte a sopravvissuti all’Olocausto. Gli ascari del fondamentalismo giudicano inaccettabile che le paginette di Anne Frank, scritte sessant’anni fa in una soffitta di Amsterdam da una ragazzina destinata ai campi di sterminio, possano essere lette da qualsiasi arabofono. Il tabù dell’Olocausto è la grande peste culturale del mondo islamico.

© - FOGLIO QUOTIDIANO
di Giulio Meotti

venerdì 19 marzo 2010

Sommersi a metà strada

Se questo mondo fosse un piano infinito e navigando a oriente noi potessimo sempre raggiungere nuove distanze e scoprire cose più dolci e nuove di tutte le Cicladi o le Isole del Re Salomone, allora il viaggio conterrebbe una promessa. Ma, nell'inseguire quei lontani misteri di cui sogniamo, o nella caccia tormentosa di quel fantasma demoniaco che prima o poi nuota dinanzi a tutti i cuori umani, nella caccia di tali cose intorno a questo globo, esse o ci conducono in vuoti labirinti o ci lasciano sommersi a metà strada.

Herman Melville, Moby Dick

lunedì 15 marzo 2010

Le cento città

Ognuno ha le sue prigioni, mentali, fisiche.
Ognuno ci convive.
Ma quando le pareti cominciano a restringersi,
Le facce diventano anonime.
Quando lo specchio comincia a darti del tu,
Quando i marciapiedi ti provocano vertigini e la
strada sembra il tuo tappeto rosso,
Metti insieme il tuo bagaglio
Riempilo di ricordi,speranze,parole,storie vissute e
storie da vivere
Riempilo di emozioni, musiche, liti, illusioni d’epoca,
domande e risposte
Trovati un amico e comincia la condivisione, l’esplorazione
Vai a caso,lascia le tue lacrime sul cuscino,
Incontrati con la vita,scontrati con il dolore ruba l’amore.
Non avere una meta ma cento,
prova a ritornare perché
il ritorno dà senso al viaggio.
Pensa a Polifemo e alla sua solitudine e rispetta la
solitudine altrui.
Gira intorno al mondo, non girare con lui.
Affrancati da te stesso e dall’attesa.
Per amare la vita bisogna tradire le aspettative.
Guardati intorno e guardati da chi si professa libero,
Il sapore della libertà è la paura
Solo chi ha paura della libertà ha il coraggio di inseguirla.

Vincenzo Costantino Chinaski

lunedì 8 marzo 2010

- Sta per tornare il signor Rail

Allora, solo allora, Jun Rail sollevò il capo dallo scrittoio e girò lo sguardo verso la porta chiusa.
Jun Rail. Il volto di Jun Rail. Quando le donne di Quinnipak si guardavano allo specchio pensavano al volto di Jun Rail. Quando gli uomini di Quinnipak guardavano le loro donne pensavano al volto di Jun Rail. I capelli, gli zigomi, la pelle bianchissima, la piega degli occhi di Jun Rail. Ma più di ogni altra cosa - sia che ridesse o urlasse o tacesse o semplicemente stesse li, come ad aspettare - la bocca di Jun Rail. La bocca di Jun Rail non ti lasciava in pace. Ti trapanava la fantasia, semplicemente. Ti impiastricciava i pensieri. "Un giorno Dio disegnò la bocca di Jun Rail. É lì che gli venne quell'idea stramba del peccato." Così la raccontava Ticktel, che sapeva di teologia, perché aveva fatto il cuoco in un seminario, così almeno diceva lui, era una prigione dicevano gli altri, stupidi è la stessa cosa diceva lui. Nessuno potrebbe mai riuscire a disegnarlo, dicevano tutti. Il volto di Jun Rail, ovviamente. Stava nella fantasia di chiunque. Ed ora stava anche lì - soprattutto lì - girato verso la porta chiusa, perché da un attimo si era sollevato dallo scrittoio per guardare la porta chiusa e dire - Sono qui.
- C'è un pacco per lei, signora.
- Entra, Magg.
- C'è un pacco... è per lei.
- Fammi vedere.
Jun Rail si alzò, prese il pacco, lesse il suo nome scritto in inchiostro nero sulla carta marrone, rigirò il pacco, alzò lo sguardo, chiuse per un istante gli occhi, li riaprì, tornò a guardare il pacco, prese il tagliacarte sullo scrittoio, tagliò lo spago che lo teneva insieme, aprì la carta marrone e sotto c'era una carta bianca.
Magg fece un passo indietro verso la porta.
- Resta, Magg.
Aprì la carta bianca, che avviluppava una carta rosa, che impacchettava una scatola viola dove Jun Rail trovò una piccola scatola di panno verde.
La aprì.
Guardò.
Non si mosse nulla nel suo viso.
La richiuse.
Allora si voltò verso Magg, le sorrise e le disse - Sta per tornare il signor Rail.

Alessandro Baricco, Castelli di Rabbia

Conan e Lanna


…fu assolutamente sicuro che l’uccello fosse Tikki e che fosse stata Lanna a mandarlo. E, in effetti, lei era sempre riuscita a sapere quello che gli capitava e quando aveva bisogno di aiuto. Riusciva addirittura a sentire la sua voce che diceva: - Và, Tikki, e trova Conan. So che è vivo da qualche parte ed è tutto solo. Ha bisogno di te. Trovalo e stà con lui.

Alexander Key, Conan. Il ragazzo del futuro

giovedì 4 marzo 2010

Un abbozzo senza quadro

Non si può mai sapere che cosa si deve volere perché si vive una vita soltanto e non si può né confrontarla con le proprie vite precedenti, né correggerla nelle vite future. [...]. Non esiste alcun modo di stabilire quale decisione sia la migliore, perché non esiste alcun termine di paragone. L'uomo vive ogni cosa subito, per la prima volta, senza preparazioni. Come un attore che entra in scena senza avere mai provato. Ma che valore può avere la vita se la prima prova è già la vita stessa? Per questo la vita somiglia sempre ad uno schizzo. Ma nemmeno "schizzo" è la parola giusta, perché uno schizzo è sempre un abbozzo di qualcosa, la preparazione di un quadro, mentre lo schizzo che è la nostra vita è uno schizzo di nulla, un abbozzo senza quadro.

Milan Kundera, L'insostenibile leggerezza dell'essere

L'importante è imparare a sperare

L’importante è imparare a sperare. Il lavoro della speranza non è rinunciatario perché di per sé desidera aver successo invece che fallire. Lo sperare, superiore all’aver paura, non è né passivo come questo sentimento né, anzi meno che mai, bloccato nel nulla. L’affetto dello sperare si espande, allarga gli uomini invece di restringerli, non si sazia mai di sapere che cosa internamente li fa tendere a uno scopo e che cosa all’esterno può essere loro alleato. Il lavoro di questo affetto vuole uomini che si gettino attivamente nel nuovo che si va formando e cui essi stessi appartengono.

Ernst Bloch, Il principio Speranza

mercoledì 3 marzo 2010

Caminante

Caminante, son tus huellas
el camino y nada más;
caminante, no hay camino,
se hace camino al andar.
Al andar se hace camino
y al volver la vista atrás
se ve la senda que nunca
se ha de volver a pisar.
Caminante, no hay camino
sino estelas en el mar…
Todo pasa y todo queda,
pero lo nuestro es pasar,
pasar haciendo caminos,
caminos sobre el mar.

Antonio Machado

venerdì 12 febbraio 2010

Novecento

Tutta quella città… non se ne vedeva la fine…/
La fine, per cortesia, si potrebbe vedere la fine?/
E il rumore/
Su quella maledettissima scaletta… era molto bello, tutto… e io ero grande con quel cappotto, facevo il mio figurone, e non avevo dubbi, era garantito che sarei sceso, non c’era problema/
Col mio cappello blu/
Primo gradino, secondo gradino, terzo gradino/
Primo gradino, secondo gradino, terzo gradino/
Primo gradino, secondo/
Non è quel che vidi che mi fermò/
È quel che non vidi/
Puoi capirlo, fratello?, è quel che non vidi… lo cercai ma non c’era, in tutta quella sterminata città c’era tutto tranne/
C’era tutto/
Ma non c’era una fine. Quel che non vidi è dove finiva tutto quello. La fine del mondo/
Ora tu pensa: un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu sai che sono 88, su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti, loro. Tu, sei infinito, e dentro quei tasti, infinita è la musica che puoi fare. Loro sono 88. Tu sei infinito. Questo a me piace. Questo lo si può vivere. Ma se tu/
Ma se io salgo su quella scaletta, e davanti a me/
Ma se io salgo su quella scaletta e davanti a me si srotola una tastiera di milioni di tasti, milioni e miliardi/
Milioni e miliardi di tasti, che non finiscono mai e questa è la vera verità, che non finiscono mai e quella tastiera è infinita/
Se quella tastiera è infinita, allora/
Su quella tastiera non c’è musica che puoi suonare. Ti sei seduto su un seggiolino sbagliato: quello è il pianoforte su cui suona Dio/
Cristo, ma le vedevi le strade?/
Anche solo le strade, ce n’era a migliaia, come fate voi laggiù a sceglierne una/
A scegliere una donna/
Una casa, una terra che sia la vostra, un paesaggio da guardare, un modo di morire/
Tutto quel mondo/
Quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce/
E quanto ce n’è/
Non avete mai paura, voi, di finire in mille pezzi solo a pensarla, quell’enormità, solo a pensarla? A viverla…/
Io sono nato su questa nave. E qui il mondo passava, ma a duemila persone per volta. E di desideri ce n’erano anche qui, ma non più di quelli che ci potevano stare tra una prua e una poppa. Suonavi la tua felicità, su una tastiera che non era infinita.
Io ho imparato così. La terra, quella è una nave troppo grande per me. È un viaggio troppo lungo. È una donna troppo bella. È un profumo troppo forte. È una musica che non so suonare. Perdonatemi. Ma io non scenderò. Lasciatemi tornare indietro.
Per favore/

Alessandro Baricco, Novecento

lunedì 1 febbraio 2010

La metafora esatta del destino

Sa, è molto bella l'immagine di un proiettile in corsa: è la metafora esatta del destino. Il proiettile corre e non sa se ammazzerà qualcuno o finirà nel nulla, ma intanto corre e nella sua corsa è già scritto se finirà a spappolare il cuore di un uomo o a scheggiare un muro qualunque. Lo vede il destino ? Tutto è già scritto eppure niente si può leggere.

Alessandro Baricco, Castelli di Rabbia

Come te nessuno mai

Io non lo so cosa penserò dei miei 16 anni quando sarò come mio padre, non so neanche cosa ci sarà dopo la morte, ora mi sento come se non morirò mai. E penso che l’amore conta più di tutto, conta più della paura di innamorarsi, più della paura di morire, più della paura di essere omologati e della voglia di far qualcosa per cambiare questo mondo, perché cambiarlo non è facile.

Dal film, Come te nessuno mai.

Alice e la Regina di Cuori

Alice rise: «È inutile che io ci provi», disse ancora: «non si può credere ad una cosa impossibile.»
«Oserei dire che non ti sei allenata molto», ribatté la Regina. «Quando ero giovane, mi esercitavo sempre mezz’ora al giorno. A volte riuscivo a credere anche a sei cose impossibili prima di colazione.»

Lewis Carroll, da “Alice nel Paese delle Meraviglie”

giovedì 14 gennaio 2010

Io costruirò una strada

Io costruirò una strada, disse. Da qualche parte, non so, ma la costruirò. Una strada come mai nessuno l'ha immaginata. Una strada che finisce dove inizia. La costruirò in mezzo al niente, neanche una baracca, o uno steccato, niente. Non sarà una strada fatta per la gente, sarà una pista, fatta per correre. Non porterà da nessuna parte, perché porterà a se stessa, e sarà fuori dal mondo, e lontano da qualsiasi imperfezione. Sarà tutte le strade della terra strette in una, e sarà dove sognava di arrivare chiunque sia mai partito. La disegnerò io e, sa una cosa? la farò lunga abbastanza da mettere in fila tutta la mia vita, curva dopo curva, tutto ciò che i miei occhi hanno visto e non hanno dimenticato. Nulla andrà perduto, né la curva di un tramonto, né la piega di un sorriso. Ogni cosa non l'avrò vissuta invano, perché diventerà terra speciale, e disegno per sempre, e pista perfetta. Voglio dirle questo: quando avrò finito di costruirla, salirò su un'automobile, metterò in moto, e da solo inizierò a girare, sempre più veloce. Continuerò senza fermarmi fino a quando non sentirò più le braccia ed avrò la certezza di percorrere un anello perfetto. Allora mi fermerò nel punto esatto da cui ero partito. Scenderò dall'automobile e, senza voltarmi, me ne andrò.
Sorrideva. Orgoglioso.
Dici sul serio? chiesi.
Sì.
Davvero? È la cosa per cui vivo.
Scossi la testa, ridendo.
Ti ci vorranno un bel po' di soldi.
Li troverò.
Lo disse con l'aria di uno che li avrebbe trovati. Me lo immaginai, al volante, fermo sul rettilineo della sua pista, un attimo prima di accendere il motore e riprendersi la sua vita.
Mi spiacerà non esser lì, quel giorno, dissi.
Lui si sporse verso di me, e con la punta di un dito sfiorò la curva della mia fronte, come per impararla.
Ci sarà, disse.

Alessandro Baricco, Questa Storia